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Francesco Cusa - Official Website - Press

Recensione di "Human pieces" per Sentieri Musicali - il:2022-05-01

https://www.percorsimusicali.eu/2022/04/24/human-pieces/?fbclid=IwAR3q0c9sNsUvKR_QGL934sf_0LAg6W3U_bIRaXFCabgu-dkiBUCN53PnwUI

Human pieces
Di Nicola Barin - 24 Aprile 2022046

Qui si tratta dell’incontro di quattro musicisti che non hanno mai collaborato tra loro e che tentano di unire le loro sensibilità per variare le tonalità emotive della musica proposta: ecco in breve il nuovo progetto uscito da poco per l’etichetta britannica Leo Records, che vede Tonino Miano al pianoforte, Brian Groder alla tromba, Riccardo Grosso al contrabbasso e Francesco Cusa alla batteria, unirsi in Human Pieces.

Di primo acchito l’intesa tra i quattro si regola sulla propensione, ricordando in questo la pittura di Francis Bacon, a sfuggire i clichés, come ricorda il filosofo Gilles Deleuze:
”…È quando la probabilità ineguale diventa quasi una certezza che posso iniziare a dipingere. Ma a quel punto, una volta che ho iniziato, come fare perché quanto dipingo non sia un cliché? Bisognerà eseguire prontamente dei “segni liberi” all’interno dell’immagine dipinta, per distruggere in essa la nascente figurazione e dare una possibilità alla Figura, che è l’improbabile stesso. Questi segni sono accidentali, “a caso”, ma è evidente che qui la stessa parola “caso” non designa più in alcun modo delle probabilità, bensì un tipo di scelta o di azione senza probabilità. […] Riguardano solo la mano del pittore…”

La fluidità caratterizza l’intero bilancio della proposta, la musica che si ottiene assume le forme più disparate. Le linee tematiche si esprimono con una calma inusuale (Neon Eyes) ripetendo piccole cellule tematiche, rallentando il ritmo. L’operazione collima con il concetto di musica del batterista Milford Graves: ”…va regolata nell’atto stesso della sua creazione. Come la vita si realizza a ogni istante in maniera sempre nuova e fresca, cosi deve avvenire per la musica…“

Miano si caratterizza per il suo approccio percussivo che si mantiene in una continua indecisione tonale corroborato dalla tromba di Groder che in ogni traccia pare essere lo strumento trascinante.
Human Pieces vede Cusa aprire il brano con un lento flusso su cui piano e tromba si inseriscono. Dalle battute iniziali cupe e cerebrali, con l’entrata in campo del contrabbasso, la solidità del brano esplode in un trascinante vortice di reiterazioni di concetti.
In Twenty fingers in a Pond una debordante energia scaturisce dal piano di Miano, dal timbro sottile e ricco, si coglie l’amore per il pianismo di Cecil Taylor, ma le geometrie delle linee melodiche sono più esatte e spigolose, denotano un approccio più lucido.
La tradizione bop si riconosce e si disperde confusamente in più di un brano, Skittles Heavy incorpora il blues e le le tonalità emotive sfociano in parossismi esasperati complice la batteria convulsa e spietata. Bellissima la ripresa del chorus.
In Nails in the Sky piano e batteria reiterano piccole frasi ritmico-melodiche, consentendo alla tromba di Groder di dispiegare un lirismo trattenuto, quasi involontario.

Questa musica fluttuante che rimodella il suono riattualizza la tradizione del free jazz, come ricorda Davide Sparti: ”…Il free jazz in genere riabilita le tessiture musicali e le sonorità a scapito della purezza formale e strutturale, ponendo l’enfasi sull’intensità e la coloritura sonora quale principio su cui costruire l’improvvisazione…”.
Non si tratta di riprendere la lezione del free jazz ma di comprenderla nuovamente, di esaltarne alcuni aspetti senza quell’urgenza originaria ma seguendo una visione postmoderna, giocosa con la consapevolezza del proprio ruolo di musicista.
L’intento in questo senso ci pare riuscito, la rabbia e l’urgenza, che caratterizzavano il free jazz storico, lasciano spazio ad un approccio ludico che permette di evidenziare dei comportamenti omogenei e descrivere con maggior coerenza la contemporaneità.

Recensione di The Lenox Brothers: Township Nocturne per All About Jazz - il:2022-04-18

https://www.allaboutjazz.com/township-nocturne-the-lenox-brothers-amirani-records?fbclid=IwAR0YEdBnlQdlMCNVy5a1w1Y7cmFlztPAOMcQdx3cR-EcUrFksOgeGXGuyBc

The Lenox Brothers: Township Nocturne
Neri Pollastri By Neri Pollastri
April 18, 2022
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The Lenox Brothers: Township Nocturne
Riproduci Gianni Mimmo
su Amazon Music Unlimited (ad)
Realizzato da tre suoi storici compagni di viaggio—non a caso denominatisi The Lenox Brothers—un anno e un giorno dopo la sua prematura scomparsa e nello studio Wave Ahead, che era un po' la sua seconda casa, Township Nocturne è un commosso lavoro alla memoria di Gianni Lenoci.

Gianni Mimmo, che con il pianista formava il duo di "zii" al quale dobbiamo tante splendide improvvisazioni, Francesco Cusa, che con l'artista di Monopoli formava un'altra splendida coppia, e Pierpaolo Martino, che spesso si aggiungeva al batterista per dar vita a un brillante trio, si sono perfino ispirati a una delle tante passioni di Lenoci—le sue amate serie TV anni Sessanta-Settanta, in particolare quelle poliziesche come "Colombo"—per sviluppare la colonna sonora di un viaggio immaginario, nella memoria di tante conversazioni, viaggi e musica fatti insieme a lui.

Ne scaturiscono nove brani, improvvisati ma dotati di una personalità comune, tutti molto intensi dinamicamente e al tempo stesso dai suoni limpidi, caratterizzati dalle lunghe e sempre diverse linee disegnate dal superbo soprano di Mimmo, ma nelle quali sono estremamente marcati ora gli elementi ritmici—si ascoltino per esempio "Stranded Stomp" o "The Mesmerizing Speech" per cogliere il lavoro di Cusa in questa direzione—ora la potente pulsazione del contrabbasso—massimamente esemplare, da questo punto di vista, la title track, nella quale Mimmo interviene poi anche vocalmente, ma Martino giuoca un ruolo importante anche in "South Bay Drive/Bay Lanes," mentre nel successivo "Insistent/Persistent" opera con archetto e corde per produrre sonorità tanto sporche, quanto efficaci.

C'è un sorprendente ordine in questo disco di musica improvvisata, a dispetto del suo non ripetere mai una frase; un ordine che si coglie all'interno di una complessità che include anche momenti caotici e stridenti—in "The Ride" il soprano si produce a lungo in armonici e sovracuti, con effetti però sempre di drammatizzazione e mai di confusione—; un ordine del quale viene spontaneo ringraziare il quarto "fratello," presente-assente in un angolo dello studio per tutta la durata della performance, vicino-lontano al suo silente pianoforte, da dove altrettanto silenziosamente lo ha saputo imprimere agli antichi compagni, da par suo, come faceva quand'era in vita.


Grazie ancora, Gianni Lenoci, per quanto ci hai lasciato e anche per quello che il tuo spirito continua e continuerà a lungo a regalarci.

Recensione di "The Lenox Brothers" a firma di Ken Waxman per Jazz Word - il:2022-04-01

http://www.jazzword.com/one-review/?id=131005

The Lenox Brothers
Township Nocturne
Amirani Records AMRN 067
Adam Nolan Trio
Prim and Primal
No label No #
Saxophone trio discs from expected (Italy) and unexpected (Ireland) places show that innovative music isn’t limited to those in locales with major Jazz reputations. The Lenox Brothers for instance is a new name for a group featuring Pavia-born soprano saxophonist Gianni Mimmo who over the years has partnered with international players from Vinny Golia to the late Gianni Lenoci, the dedicatee of the disc. His associates are part of the fertile Italian creative music scene: bassist Pierpaolo Martino, who has recorded with likes of Steve Beresford; and drummer Francesco Cusa, who also leads the Assassins band. Part of a lesser-known – or perhaps unknown – is a better adjective. Gaelic improv scene, Kilkenny-based alto saxophonist Adam Nolan’s Prim and Primal also features bassist Derek Whyte and drummer Dominic Mullan.
Working from a FreeBop base, Nolan often echoes biting tones within his horn’s body tube as well as injecting triple tongued notes in an up a down roller-coaster ride. Meanwhile Whyte resonates an unhurried bass line even as he moves up and down the string set, and Mullan’s paradiddles and cymbal clashes confirm the sequences’ patterns whether at relaxed or boisterous tempos. As reed honks and slurs ascend to multiphonics, the saxophonist’s clarion strategy squeezes so many tones into his solos that they threaten to overflow, but don’t. Meanwhile the rhythm section busily stuff additional shakes and ruffs into their output for additional sequences concentration. Together they build up to “The Magic Carpet” and “Kung Fu Master Vs The Ape”, the penultimate and concluding tracks. Establishing himself on the first with a single foghorn-like blast, Nolan then mashes snarling notes into his exposition. Ascending to triple-tongued trilling, his Woody Woodpecker-like bites meet sympathetic bass thumps. This leads into “Kung Fu Master Vs The Ape”, whose expected pugnacious energy is defined by hard percussion smacks and ruffs, string strums and packed horn flattement, projected at staccato and allegro tempos. Attaining an almost opaque state, the session just stops.
A more evenly paced disc, the Lenox Brothers ease into their nine improvisations with echoing cymbal clanks, thick double bass thumps and top-of-range reed clarion flutters. Maintaining this bright tone, the trio members chug along for lyrical and logical themes and variations, with chalumeau register wavers and mellow moody variations intersecting with string buzzes and cymbal splashes as much as staccato outpourings. The most atonal three-way conversation takes up the album’s mid-section on the extended “South Bay Drive-Bay Lanes” and the brief “The Mesmerising Speech”. Musically descriptive without being programmatic, the harshness that has been muted on earlier tracks is prominent. With an overriding shrill from Mimmo’s horn, the first tune evolves allegro as drum crunches and chunky string stops add nocturnal gravitas. Circularly breathed reed work repeats whorls of altissimo screams until the rhythm sections’ backbeat stabilizes linear flow. Reflecting its title, “The Mesmerising Speech” is more strident. Here rigid strokes from spiccato strings and clashing drum ruffs push reed buzzes lower until a literal last minute change of pace completes the sonic thought with a light-toned soprano trill. Wrapping up the narratives with revealing clues as in a murder mystery, the final tracks introduce calmer and more flexible interludes. Mimmo converts seemingly-unstoppable dissected split tones into relaxed tremolo on “The Ride”, with that journey ridden out andante with sul tasto buzzes from Martino and press rolls from Cusa. As that track drones into the final “A Waving Recall”, loosened resonating strings and a drum backbeat underline conclusive clarion reed puffs.
Although Ireland and Italy may not have much else in common, these sessions prove that at least some musicians there do improvisation soundly and creatively.
—Ken Waxman
Track Listing: Prim: 1. Expand the Tempo 2. The Modern Jazz Trio 3. Latin Jazz? 4. Ancient Mayan Jungle 5. The Magic Carpet 6. Kung Fu Master Vs The Ape
Personnel: Prim: Adam Nolan (alto saxophone); Derek Whyte (bass) and Dominic Mullan (drums)
Track Listing: Township: 1. Undescriptive 2. Stranded Stomp 3. The Meanwhile Groove 4. South Bay Drive-Bay Lanes 5. Insistent-Persistent 6. The Mesmerising Speech 7. Township Nocturne* 8. The Ride 9. A Waving Recall
Personnel: Township: Gianni Mimmo (soprano saxophone, vocal *); Pierpaolo Martino (bass) and Francesco Cusa (drums)

Recensione di "Human Pieces" per Art/Music/Lounge - il:2022-04-01

https://artmusiclounge.wordpress.com/2022/03/18/an-eclectic-quartets-human-pieces/

An Eclectic Quartet’s “Human Pieces”
MARCH 18, 2022
THE ART MUSIC LOUNGE
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07 - Human Pieces

MIANO: Heart Kit. Skittles Heavy. Neon Eyes. Hand in a Can. Human Pieces. Twenty Fingers in a Pond. Nails in the Sky / Brian Groder, tpt; Tonino Miano, pno; Riccardo Grosso, bs; Francesco Cusa, dm / Leo Records CD LR 925

This CD is the result of American trumpeter Brian Groder’s meeting with three Italians in Catania to record it. The promo sheet describes the results as “both intensely electric and intimate…[music] that is not afraid to constantly venture into the less obvious while still finding its muscle.”

But “muscle” is not the first thing that comes to mind in the opening of Heart Kit; rather, it is the ambient sound of cymbal washes and ruminating piano. Groder provides the muscle in his adventurous but not-too-far-out solo as drummer Cusa becomes busier behind him, and Miano and Grosso fall into line. Eventually Groder does indeed play quite “outside” jazz and the rhythm becomes fractured and fragmented, although in due course Grosso plays a stream of regularly-spaced plucked notes on his bass. Then, surprisingly, the music settles down into a slow 4 as Groder moves out of the picture and Miano moves in, though the trumpeter keeps returning to put in his own comments. Thus does this quartet tease the listener by going in and out of regular rhythms (though mostly out). Despite these fluctuations, there’s a certain tightness to the quartet that grabs your attention and keeps you listening—yet, surprisingly, it ends in the middle of nowhere.

In Skittles Heavy, the beat they eventually fall into is a surprisingly funky one; in Neon Eyes, they play in more of a ballad tempo. My one caveat was that it didn’t seem to me that Groder knows how to play softly at all. Even in Neon Eyes he’s generally too loud for the mood of the piece, producing only a few notes that blend into what his rhythm section is doing. Eventually this piece picks up a bit in tempo and mood, and then Groder fits in just fine.

These little musical games continue throughout the set. At certain moments I found the music a shade too chaotic for my taste, but it’s surely a pleasure to hear jazz that doesn’t sound like sappy lounge music or ordinary, run-of-the-mill 4/4 jamming, which far too many modern jazz albums do, and in a piece like Hand in a Can the somewhat chaotic nature of the music comes together perfectly to create a strange yet fascinating mood.

I particularly liked Twenty Fingers in a Pond because it focused on the piano trio. Miano’s unusual, moving lines create a hypnotic spell on the listener, to which bassist Grosso continually adds counter-figures that move in their own direction. It’s not so much as if Grosso is complementing Miano as he is creating an entirely different piece of music that somehow dovetails with the pianist’s. By the 4:25 mark, Miano seems to ctach on to what Grosso is doing, and thus moves into quicker, shorter figures before suddenly breaking out into a fast swing beat. Really fascinating!

The final track, Nails in the Sky, opens with Miano playing some Monk-like piano as Groder explodes short figures around him, with bass and drums filling in as they see fit. It’s a nice close-out to an exploratory and mostly enjoyable set of improvised pieces. This is a truly stimulating album with some extraordinary moments in it.

—© 2022 Lynn René Bayley

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Recensione di The Lenox Brothers ‘Township Nocturne’ - il:2022-02-16

https://www.kathodik.org/2022/02/15/the-lenox-brothers-township-nocturne/?fbclid=IwAR2722buFhrbSreTKq2NPMM19YHJJ2BUdkFdDuNj2YKbRA4pzZIfW9yY5Lw

The Lenox Brothers ‘Township Nocturne’
PUBBLICATO IL 15 FEBBRAIO 2022 DA ALESSANDRO BERTINETTO


(Amirani Records 2021)

I 3 fratelli di Gianni Lenoci alla cui vita e opera musicale il disco è omaggio sono Francesco Cusa alla batteria, Pierpaolo Martino al contrabbasso e Gianni Mimmo, che si esibisce anche con la voce nella traccia da cui l’album prende il titolo, al sax soprano. La grafica del disco è di un altro protagonista della contemporanea musica italiana d’improvvisazione Nicola Guazzaloca. È un disco davvero convincente, sentito, delicato e intenso, da parte di tre musicisti che hanno collaborato in momenti diversi con il pianista di Monopoli prematuramente scomparso. Un armonico ed espressivo interplay si dipana attraverso la nove tracce, articolando un groove sempre mordente ed empatico. Il tema narrativo e atmosferico è quello del noir, del racconto poliziesco, ed è svolto con maestria dai tre musicisti: i quali, ognuno interpretando al meglio le possibilità del loro strumento, concordano nel segnalare il vuoto di un pianoforte assente. Se il suo sound di ricorda Steve Lacy, Lenoci ci mette comunque (molto) del suo: per esempio una certa raucedine, e una esplorativa vena melodica, a tratti dichiaratamente nostalgica. Il contrabbasso di Martino è sempre lì, pronto alla conversazione e alla collaborazione, e talvolta (per esempio in Insistent/Persisten e la successiva The Mesmerizing Speech) segue il richiamo di Mimmo per andarsi a prendere coaguli di corde graffiate con l’arco che esibiscono un’asprezza rude e convinta, prima di ridare vita al sostegno motorio/ondulatorio. Al quale la batteria di Francesco Cusa lavora esplorando un ampio arco di possibilità ritmiche, timbriche ed espressive, e dichiarando spesso – con consapevolezza – la propria presenza – magari sottolineando con frasi ritmiche la melodia del sax. Alternando sensazioni di libertà improvvisativa a zone funky-rock (A Waving Recall), e anche momenti sbarazzini (cfr. la parte centrale di The Ride, in cui si palesa evidente la rappresentazione sonora di una corsa, prima al trotto poi all’ultimo respiro) – il disco si offre a un ascolto partecipato e immersivo. L’eredità di un grande musicista è sicuramente ancora creativamente viva.

Voto: 9

INTERVISTA a Francesco Cusa sul romanzo "Vic" per il quotidiano “La Sicilia” dell’8 febbraio 2022 a cura di Rosa Spampinato: “Vic, un santo dalla vita sregolata”. - il:2022-02-08

Molto felice per questa intervista uscita sul quotidiano “La Sicilia” a cura di Rosa Spampinato, e relativa al mio romanzo “Vic” edito da Algra editore di Alfio Grasso.

Qui il testo.
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Cito testualmente: "Vic nasce per restituire l’uomo alla sua sacralità". Ci spieghi meglio.


Il Sacro è parte carsica del nostro tempo “scientifico”, permea le nostre vite, la vita di Vic, in maniera carsica, sotterranea. Vic è una sorta di osceno pontefice che opera fra le maglie del linguaggio, funge da catalizzatore di una determinata polarità. Rispetto alle società del passato, immerse nella trascendenza e soggiogate dal mito, la nostra contemporaneità pare aver rimosso la magia, l’irrazionalità dal proprio quotidiano. Ma questa è solo l’apparenza; sotto la scorza della morfologia dell’essere del 2021, operano diversi strati: l’ancestrale misterioso delle civiltà del passato, l’Aletheia, il sapere che sfugge alle maglie della razionalità. Vic è un uomo conficcato in una realtà metafisica, la cittadina di Cotrone, che potrebbe ricordare la “Twin Peaks” lynchiana, ed in essa vive, in un temporalità contraddittoria, a fianco dei vivi e dei morti. In questo senso è un personaggio negativo che si oppone alla positività priva di limiti (e perciò logorante) della normalizzazione, l’ultimo baluardo identitario contro l’omologazione.



Il romanzo è una sorta di diario surreale scritto in prima e terza persona, popolato dai personaggi “estremi” d’una provincia “estrema”. Chi sono questi personaggi e cos'è che rende tutto così estremo?



Estremo è una parola, un concetto, un significante. Volendo è un confine, una linea di demarcazione tra uno spazio semantico e un altro. Spingersi verso un estremo è un concetto relativo: dipende dal contesto, dal momento storico, dalla necessità, da tutta una serie di fattori che connotano la scelta. Vic si muove nel paradosso della sua vita sregolata e la sua traiettoria incrocia quella del microcosmo di Crotone, invischiando in una ragnatela tutti i personaggi del romanzo. In un certo senso egli è una sorta di santo, di martire, e come tutti i martiri è spinto fino agli estremi del sacrificio in virtù di una visionarietà che non conosce, appunto, limiti terreni. Cotrone è un non-luogo, una specie di realtà morfologica alienata, un limbo posto fuori o sul limitare del Divenire in cui si muovono i protagonisti del romanzo (della mente di Vic, di quella dell’autore). È tutta una periferia di qualcosa, una palude metafisica in cui i morti paiono più vivi dei vivi. Se per estremo intendiamo dunque il termine ultimo sul piano spaziale e temporale, compito di ogni artista è quello di scavare, con picconi, zappe, mani e unghia, di divorare l’esistente, di non lasciare spazio alla tergiversazione. Ogni artista compie gesti totalizzanti e assoluti. È una vocazione non un lavoro; sono lacrime di estrema gioia. Solo da queste lacrime possono sgorgare stille di senso.



Il centro del romanzo, il suo “senso”, sta forse in questo continuo scavo psicologico e metafisico teso a smascherare il velo del “Tremendo". Chi o cosa si nasconde dietro il velo?



Dietro il “Velo di Maya” si nasconde la Rivelazione, la Catarsi, il mondo trascendente. In questo scavo si rimuovono le macerie della psicanalisi per penetrare più a fondo nella ricerca: è il campo dello sciamano, del visionario, del Magus, dei veri speleologi dell’Anima. Tutta la vita di Vic pare tendere verso un acme, e percorre una via iniziatica attraverso lo scandaglio del surreale, della volgarità, del continuo scherno che poi trova, nella burla, il vero tratto saliente dell’assurdo che ci sovrasta. La psicanalisi nasce, non a caso, a fine Ottocento, quando siamo ancora nella cosiddetta “società della repressione”, e su ciò fonda il principio terapeutico che eredita dalle società del passato la razionalizzazione del mito. Il Sacro è parte carsica del nostro tempo “scientifico”, permea le nostre vite, la vita di Vic, in maniera carsica, sotterranea. Vic è una sorta di osceno pontefice che opera fra le maglie del linguaggio.



A cura di Rosa Spampanato

Intervista a Francesco Cusa su "Vic" per "Cherry Press" - il:2022-01-13

https://www.cherrypress.it/2022/01/francesco-cusa-scrittore-poeta-e.html?m=1&fbclid=IwAR185fPvJBxUFlpkvu-gmqLaV8AJpKmWajY_ETMJfnOG8gc1ulFjyM755eQ

Francesco Cusa, scrittore, poeta e musicista. L'intervista
REDAZIONE - 13 GENNAIO INTERVISTE,


Con "VIC", edito da Algra Editore, lo scrittore catanese presenta un romanzo, una sorta di diario surreale scritto in prima e terza persona, popolato dai personaggi “estremi” d’una provincia “estrema”: esseri reali e immaginari, vivi e morti, spettri e spiriti che potrebbero essere il frutto di una mente psicotica o del delirio d’un santo. Il centro del romanzo, il suo “senso”, sta forse in questo continuo scavo psicologico e metafisico teso a smascherare il velo del “Tremendo” che pare avvolgere “lynchianamente” la fisica e la morfologia della cittadina di provincia.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare l'autore Francesco Cusa.

Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo, una sorta di diario surreale scritto in prima e terza persona?
Mi serviva un personaggio estremo che potesse incarnare tutti i contrasti dell’umano sentire. Il Sacro è parte carsica del nostro tempo “scientifico”, permea le nostre vite, la vita di Vic, in maniera carsica, sotterranea. Vic è una sorta di osceno pontefice che opera fra le maglie del linguaggio, funge da catalizzatore di una determinata polarità. Rispetto alle società del passato, immerse nella trascendenza e soggiogate dal mito, la nostra contemporaneità pare aver rimosso la magia, l’irrazionalità dal proprio quotidiano. Ma questa è solo l’apparenza; sotto la scorza della morfologia dell’essere del 2021, operano diversi strati: l’ancestrale misterioso delle civiltà del passato, l’Aletheia, il sapere che sfugge alle maglie della razionalità. Vic è un uomo conficcato in una realtà metafisica, la cittadina di Cotrone, che potrebbe ricordare la “Twin Peaks” lynchiana, ed in essa vive, in una temporalità contraddittoria, a fianco dei vivi e dei morti. In questo senso è un personaggio negativo che si oppone alla positività priva di limiti (e perciò logorante) della normalizzazione, l’ultimo baluardo identitario contro l’omologazione.

Ci racconti il percorso creativo che ti ha portato alla stesura di questa storia?
Esplorare nuovi mondi, sondare i limiti percettivi e della fantasia. Compito di ogni artista è quello di scavare, con picconi, zappe, mani e unghia, di divorare l’esistente, di non lasciare spazio alla tergiversazione. Ogni artista compie gesti totalizzanti e assoluti. Scrivere è una vocazione non un lavoro, e produce lacrime di estrema gioia. Solo da queste lacrime possono sgorgare stille di senso. È un costante lavoro di scavo teso sa rimuovere le macerie della psicanalisi per penetrare più a fondo nella ricerca: è il campo dello sciamano, del visionario, del Magus, dei veri speleologi dell’Anima. Vic, a mio avviso, incarna questo processo.

Come è nato il personaggio di VIC?
Come sempre nelle mie opere, sia letterarie che musicali, cerco di muovere le coscienze verso aspetti primari del fondamento dell’essere. Che un romanzo nel 2021 posta destare ancora fastidio, disturbo, perturbamento, trovo sia paradossalmente sano, nella società della prestazione, che produce per converso legioni di depressi, di assuefatti che vegetano ai margini di una protesta che non può più esprimersi in un limbo di soggettività deprivate di immaginario e visionarietà. In questo senso Vic è un personaggio negativo che si oppone alla positività priva di limiti (e perciò logorante) della normalizzazione, l’ultimo baluardo identitario contro l’omologazione.

Scrittore, poeta e musicista. Ti riesce facile conciliare letteratura e musica?
Ho sempre scritto, fin da giovane. Anche se sono più conosciuto come musicista, questa dello scrittore è per me divenuta una professione da circa una decina di anni, quando ho deciso di rendere pubbliche le mie opere letterarie sotto forma poetica, saggistica, poi esplorando l’aforisma, il racconto ed il romanzo.

Hai già in cantiere nuovi progetti legati alla scrittura o alla musica?
Ho appunto quasi terminato la mia quinta raccolta poetica “Il Giusto Premio”, un nuovo romanzo - “2056” - di natura distopica e fantascientifica, una raccolta di sonetti dal titolo “Rime Sboccate”, un altro saggio dal titolo “L’Orlo Sbavato della Perfezione”. Poi due nuovi cd in procinto di essere editi.

Intervista sul mio romanzo "VIC" a cura di Ophelia. - il:2022-01-11

https://www.opheliablog.it/2022/01/francesco-cusa-vic-intervista.html?fbclid=IwAR3jKZq359GKGpTKLkeRupY9bE_lbik2SzkqQRq035hQMQb4rIIts2Fe3u4

Francesco Cusa: "Vic nasce per ridonare all’Occidente l’aura mitica della legge di natura"

OPHELIA 11 GENNAIO


È disponibile in libreria e negli store online “VIC”, il nuovo romanzo di Francesco Cusa, pubblicato da Algra Editore, con la prefazione di Massimo Cracco e la postfazione di Giuseppe Paolo Carbone.

Chi è Francesco Cusa
Francesco Cusa è un batterista, compositore, scrittore catanese. Intraprende lo studio del pianoforte, poi passa alla batteria. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia e il suo percorso artistico lo porterà a suonare, negli anni, in Europa, America, Asia e Africa. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologia e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate.
Il 5 maggio 2014 ha pubblicato per Eris Edizioni il libro “Novelle crudeli. Dall'orrore e dal grottesco quotidiani”. L'autore usa il fantastico, l'horror più macabro e il surreale per raccontarci ciò che di più basso smuove i vizi, gli istinti e le morbosità dell'uomo contemporaneo. Cinico e impietoso descrive un'umanità malata incapace di redimersi. Nel 2017 è uscito “Racconti molesti” (Eris Edizioni). I racconti di Cusa sono cattivi, ironici e caustici, l’autore è un feticista della morbosità e dell’inettitudine patologica che si diverte a scandagliare vizi e tabù culturali di una realtà che scricchiola in maniera inquietante, anche se le crepe restano invisibili. Il libro è illustrato da Daniele La Placa.
Per Algra Editore ha pubblicato “Stimmate” (2018) e “Il surrealismo della pianta grassa” (2019).
Vincitore del Festival Internazionale del Libro e della Cultura Etnabook 2021 - Sezione Poesia; primo posto con la poesia “Armenti”, secondo posto con “Ottobre Vuoto” e quinto posto con “Stacanovisticamente”.
Per Robin Edizione ha pubblicato “Il mondo chiuso” (2021) una raccolta di poesie che narra di lutti, animismo, panteismo, catarsi e redenzione. Nel perenne gioco di rimandi al chiuso universo della strofa poetica, si realizzano le mutazioni del linguaggio, le eclissi e le palingenesi dei mondi, i battiti della microstoria.

L'intervista

Qual è stato l’input che ti ha spinto a scrivere “VIC”?
La “verità”. Rispetto alle società del passato, immerse nella trascendenza e soggiogate dal mito, la nostra contemporaneità pare aver rimosso la magia, l’irrazionalità dal proprio quotidiano. Ma questa è solo l’apparenza; sotto la scorza della morfologia dell’essere del 2021, operano diversi strati: l’ancestrale misterioso delle civiltà del passato, l’Aletheia, il sapere che sfugge alle maglie della razionalità. Vic è un uomo conficcato in una realtà metafisica, la cittadina di Cotrone, che potrebbe ricordare la “Twin Peaks” lynchiana, ed in essa vive, in una temporalità contraddittoria, a fianco dei vivi e dei morti. In questo senso è un personaggio negativo che si oppone alla positività priva di limiti (e perciò logorante) della normalizzazione, l’ultimo baluardo identitario contro l’omologazione.



Quale messaggio vuoi trasmettere con il tuo nuovo romanzo?
Vic nasce per ridonare all’Occidente l’aura mitica della legge di natura, ciò che prevale rispetto alla legge morale; in buona sostanza per restituire l’uomo alla sua sacralità. Forse è giunto per consentirmi di esplorare alcuni aspetti oscuri della mia coscienza. Vic si muove nel paradosso della sua vita sregolata e la sua traiettoria incrocia quella del microcosmo di Crotone, invischiando in una ragnatela tutti i personaggi del romanzo. In un certo senso egli è una sorta di santo, di martire, e come tutti i martiri è spinto fino agli estremi del sacrificio in virtù di una visionarietà che non conosce, appunto, limiti terreni. Cotrone è un non-luogo, una specie di realtà morfologica alienata, un limbo posto fuori o sul limitare del Divenire in cui si muovono i protagonisti del romanzo (della mente di Vic, di quella dell’autore). È tutta una periferia di qualcosa, una palude metafisica in cui i morti paiono più vivi dei vivi. Forse mi riconosco in questa esplorazione del limite, inteso più in chiave spirituale che materico-corporale, nella costante ricerca della relazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti. Il Sacro è parte carsica del nostro tempo “scientifico”, permea le nostre vite, la vita di Vic, in maniera carsica, sotterranea. Vic è una sorta di osceno pontefice che opera fra le maglie del linguaggio, funge da catalizzatore di una determinata polarità.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere la storia?
Direi circa sei mesi.

Se dovessi consigliare una colonna sonora come sottofondo durante la lettura di “VIC”, cosa sceglieresti?
L’intera colonna sonora di Morricone in “C’era una volta in America”.

Stai lavorando su dei nuovi progetti in questo momento?
Ho appunto quasi terminato la mia quinta raccolta poetica “Il Giusto Premio”, un nuovo romanzo - “2056” - di natura distopica e fantascientifica, una raccolta di sonetti dal titolo “Rime Sboccate”, un altro saggio dal titolo “L’Orlo Sbavato della Perfezione”.

Intervista su "VIC" per "La Gazzetta di Tacco" - il:2022-01-10

http://www.gazzettadaltacco.it/2022/01/09/intervista-a-francesco-cusa-per-il-romanzo-vic/?fbclid=IwAR0EVh2PNiN60wIUN0RTVbjT0if8Zjj5ywRGRJ4fisEHved_7xPa9dWUgak

di Francesco Guida

Francesco Cusa è musicista e scrittore. Suona come batterista, ma è anche compositore oltre che autore di articoli di argomento musicale e cinematografico. Scrive romanzi, racconti e poesie.

VIC è il suo ultimo romanzo (Algra Editore)

L’intervista

Francesco parlaci del tuo amore per la scrittura: come e quando hai deciso di diventare scrittore?


Vic- >Francesco Cusa
Ho sempre scritto, anche se sono più conosciuto come musicista. Da una decina d’anni ho deciso di pubblicare i miei scritti che spaziano dalla saggistica, alla poesia, al racconto e al romanzo. A spingermi sono stati molti amici e conoscenti. Se ho un rimpianto, forse, è quello di non aver cominciato prima.

Quali scrittori hanno ispirato il tuo percorso?

Come citare tutti? Ne cito alcuni limitandomi ai romanzieri: De Sade, Hugo, Bernhard, Dante, Carver, Roth, Dostoevskij, Nabokov, Gadda, Proust, Flaubert, Kafka, Landolfi, eccetera, eccetera, eccetera.

Come è nata l’idea di scrivere “VIC”, il tuo nuovo romanzo?

I personaggi di solito mi si presentano e impongono la loro necessità ad esistere, ad essere partoriti. Vic è un ragazzo-uomo maturo-anziano che vive la sua schizofrenica vita di scrittore in un luogo immaginario del Sud dell’Italia: Cotrone. È un personaggio che rappresenta il trauma irriducibile, il caso clinico principe oggetto delle ricerche dei freudiani. Fortunatamente lui se ne sbatte di tali indagini, giacché egli rappresenta il cortocircuito di ogni narrazione clinica volta all’individuazione del caso topico, del “problema” su cui orchestrare la riuscita di un progetto teorico. In questo senso Vic nasce per ridonare all’Occidente l’aura mitica della legge di natura, ciò che prevale rispetto alla legge morale; in buona sostanza per restituire l’uomo alla sua sacralità. È giunto per consentirmi di esplorare alcuni aspetti oscuri della mia coscienza.

Quale è stato il momento più complesso durante la fase di scrittura del libro?

Ci sono stati vari punti nodali, su tutti il continuo sfalsamento tra la prima e la terza persona. Inoltre, tenere insieme tutti i pezzi di questo che è un vero e proprio puzzle psicologico, è stata impresa ardua. Ma sono molto soddisfatto e sorpreso del risultato finale, dell’architettura complessa ma al contempo scorrevole del romanzo. Quella dello sfalsamento dialettico tra narrazione in prima e in terza persona è stata una scommessa, a mio giudizio, vinta.

Concludendo, quale messaggio intendi trasmettere a coloro che leggeranno “VIC”?

Come sempre nelle mie opere, sia letterarie che musicali, cerco di muovere le coscienze verso aspetti primari del fondamento dell’essere. Che un romanzo nel 2021 posta destare ancora fastidio, disturbo, perturbamento, trovo sia paradossalmente sano, nella società della prestazione, che produce per converso legioni di depressi, di assuefatti che vegetano ai margini di una protesta che non può più esprimersi in un limbo di soggettività deprivate di immaginario e visionarietà. In questo senso Vic è un personaggio negativo che si oppone alla positività priva di limiti (e perciò logorante) della normalizzazione, l’ultimo baluardo identitario contro l’omologazione.

Recensione di "Vic" per "Pragma Magazine" - il:2022-01-10

https://magazinepragma.com/libri/un-autore-al-mese-intervista-a-francesco-cusa/

Un autore al mese: Intervista a Francesco Cusa
"Vic" edito da Algra Editore è il suo ultimo libro

by Maria Pia Nocerino
Un autore al mese: Intervista a Francesco Cusa


Anno nuovo, rubriche nuove. Così nasce la rubrica “Un autore al mese” che ci permette di conoscere meglio un autore, ma soprattutto la genesi di un libro. Un libro è una sorta di viaggio che induce il lettore ad immaginare una storia e ad adattarla a se stesso, ma quella storia prima di arrivare al lettore, l’autore l’ha già raccontata più volte a se stesso.


Erri De Luca nei panni da lettore, dice: “Questo è quello che io cerco almeno nei libri quando li apro, il pezzetto che è stato scritto per me. Uno scarto, un brusco scarto di intelligenza e sensibilità che mi spiega qualcosa di me. Cosa che suppongo possedevo già sotto la pelle, ma che non sapevo dire…”



Cosa cerca un autore quando butta giù le sue righe? Attraverso questa nuova rubrica cercheremo di scoprirlo.

L’autore del mese: Francesco Cusa
L’autore del mese di Gennaio è Francesco Cusa, che oltre ad essere uno scrittore è un musicista (batterista e compositore). Cusa nasce a Catania nel 1966. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams. Collabora con artisti provenienti da varie parti d’Italia e negli anni, suona in tutto il resto del mondo. E’ scrittore di racconti, romanzi e poesie. Ha pubblicato diversi articoli di musicologia e di critica cinematografica. Cusa viene considerato tra i protagonisti più innovativi della musica improvvisata.



“Vic” (Algra Editore)
Dopo aver letto “Vic” che, a tratti, mi ha ricordato “La mischia” di Valentina Maini, ho voluto saperne di più; per questo ho chiesto a Francesco Cusa di raccontarci come è nato il personaggio di Vic, aspirante scrittore che, dopo tanti rifiuti da parte del suo editore, finalmente riesce a trovare una storia convincente: la storia della sua stessa vita, delle sue allucinazioni, delle sue sregolatezze e della sua angosciosa noia.

Francesco, come nasce il personaggio di Vic?
Vic è un ragazzo-uomo maturo-anziano che vive la sua schizofrenica vita di scrittore in un luogo immaginario del Sud dell’Italia: Cotrone. È un personaggio che rappresenta il trauma irriducibile, il caso clinico principe oggetto delle ricerche dei freudiani. Fortunatamente lui se ne sbatte di tali indagini, giacché egli rappresenta il cortocircuito di ogni narrazione clinica volta all’individuazione del caso topico, del “problema” su cui orchestrare la riuscita di un progetto teorico.

Vic è senza dubbio un personaggio controverso. Della sua originalità colpiscono soprattutto i suoi pensieri sulla morte e quelli legati all’amore. Qual è il messaggio che hai inteso lanciare attraverso la stravaganza di Vic?
Vic nasce per ridonare all’Occidente l’aura mitica della legge di natura, ciò che prevale rispetto alla legge morale; in buona sostanza per restituire l’uomo alla sua sacralità. Forse è giunto per consentirmi di esplorare alcuni aspetti oscuri della mia coscienza. Vic si muove nel paradosso della sua vita sregolata e la sua traiettoria incrocia quella del microcosmo di Crotone, invischiando in una ragnatela tutti i personaggi del romanzo. In un certo senso egli è una sorta di santo, di martire, e come tutti i martiri è spinto fino agli estremi del sacrificio in virtù di una visionarietà che non conosce, appunto, limiti terreni. Cotrone è un non-luogo, una specie di realtà morfologica alienata, un limbo posto fuori o sul limitare del Divenire in cui si muovono i protagonisti del romanzo (della mente di Vic, di quella dell’autore). È tutta una periferia di qualcosa, una palude metafisica in cui i morti paiono più vivi dei vivi. Forse mi riconosco in questa esplorazione del limite, inteso più in chiave spirituale che materico-corporale, nella costante ricerca della relazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti.

Quali sono stati i primi feedback? Cosa ti aspetti da questo libro?
Direi molto buoni. Il più bel complimento è di chi mi ha detto di averlo finito in un solo giorno. Mi aspetto che sia, naturalmente, un buon successo e che le vicende di Vic riescano ad emozionare il lettore. Come sempre nelle mie opere, sia letterarie che musicali, cerco di muovere le coscienze verso aspetti primari del fondamento dell’essere. Che un romanzo nel 2021 posta destare ancora fastidio, disturbo, perturbamento, trovo sia paradossalmente sano, nella società della prestazione, che produce per converso legioni di depressi, di assuefatti che vegetano ai margini di una protesta che non può più esprimersi in un limbo di soggettività deprivate di immaginario e visionarietà. In questo senso Vic è un personaggio negativo che si oppone alla positività priva di limiti (e perciò logorante) della normalizzazione, l’ultimo baluardo identitario contro l’omologazione.

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A chi consiglieresti di leggere il tuo libro?
Agli anticonformisti, agli amanti del pericolo, agli utopisti, ai jazzisti, a uomini e donne in perenne ardore.

Nella tua vita, due potenti mezzi di comunicazione: la musica e la scrittura. Come riesci a conciliare le due cose?
Esplorando nuovi mondi, sondando i limiti percettivi e della fantasia. Compito di ogni artista è quello di scavare, con picconi, zappe, mani e unghia, di divorare l’esistente, di non lasciare spazio alla tergiversazione. Ogni artista compie gesti totalizzanti e assoluti. Scrivere è una vocazione non un lavoro, e produce lacrime di estrema gioia, così come suonare o dipingere. Solo da queste lacrime possono sgorgare stille di senso. È un costante lavoro di scavo teso a rimuovere le macerie della psicanalisi per penetrare più a fondo nella ricerca: è il campo dello sciamano, del visionario, del Magus, dei veri speleologi dell’Anima.

Progetti futuri. A cosa stai lavorando ora?
Ho appunto quasi terminato la mia quinta raccolta poetica “Il Giusto Premio”, un nuovo romanzo – “2056” – di natura distopica e fantascientifica, una raccolta di sonetti dal titolo “Rime Sboccate”, un altro saggio dal titolo “L’Orlo Sbavato della Perfezione”. Poi due nuovi cd in procinto di essere editi.



In poche parole chi è Francesco Cusa?
Un inguaribile ottimista alla ricerca della Pietra Filosofale.

Cosa sogni o cosa ti aspetti da questo nuovo anno?
Ciò che verrà sarà comunque benvenuto e, a suo modo, perfetto.