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Francesco Cusa - Official Website - Press

Diario di un viaggio a Istanbul. Uscito per Jazzit nel dicembre 2016. - il:2016-12-16

http://www.jazzit.it/diario-di-un-viaggio-a-istanbulfrancesco-cusaspeakers-corner/

Le magie degli incontri sono ancora una realtà, perfino nella nostra concitata società mediatica e dei consumi. La genesi del mio incontro con Selahattin Kaplan e il Kaknus Ensemble ha un che di romantico e di vissuto d’altri tempi: nasce alla fine di una jam session al Torrione Jazz Club di Ferrara (avevo appena suonato un brano); Selahattin Kaplan e Selim Koytak, rispettivamente il manager e uno dei componenti del Kaknus Ensemble, di passaggio a Ferrara dopo un concerto a Venezia, si recarono al Torrione proprio alla fine della serata e durante quel brano finale. Dopo le presentazioni, Selahattin e Selim espressero il desiderio di avermi come batterista nel loro ensemble: ovviamente accettai e puntualmente, dopo qualche tempo, ricevetti l’invito di recarmi ad Istanbul per un concerto e una session di registrazione del cd di prossima uscita del Kaknus Ensemble.
Il senso di fascinazione che proviene da questi incontri, l’intima ragione della vita estetica ed estatica del musicista-viaggiatore, sta tutto in questa magiche dialettiche che rendono sorprendente ed emozionante suonare. Peraltro ero molto felice di andare a conoscere uno dei luoghi più affascinanti del mondo, ovvero la millenaria Istanbul, ed al contempo eccitato per l’esperienza artistica che mi avrebbe stimolato a crescere, in quanto unico italiano in un ensemble di musicisti turchi e crimeani. C’è anche da chiedersi se un simile fatto possa mai accadere per tramite di promoter o organizzatori italiani: la risposta la lasciamo ai lettori. Ecco il mio diario dei giorni trascorsi a Istanbul. Buona lettura.
Di Francesco Cusa
L’arrivo a Istanbul è apparentemente simile a quello di tanti arrivi nelle grandi metropoli, ma, fin da subito, il complesso sistema di collegamenti in metropolitana, che affronto con Selahattin, mi ricongiunge al ritmo differente di una città che conserva la fascinazione peculiare delle miscele di antico e moderno, tipiche del sincretismo urbano dei millenni. Da siciliano, “riconosco” luoghi, facce e ambienti, e dunque sperimento una certa familiarità che è al contempo straniante e naturale, come un contrappunto tenue e violento di voci e visioni. I recenti eventi tragici sembrano comunque aver segnato nel profondo l’anima di Istanbul, e questo lo evinco sia dalle conversazioni con Selahattin sia dall’ossessiva presenza dei controlli della polizia ad ogni stazione della metropolitana: praticamente una sorta di perenne check-in, veniamo perquisiti e controllati coi metal detector ad ogni fermata.
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Prima di andare in hotel ho modo di assaggiare, in uno dei ristoranti tipici di Istanbul, un delizioso “kurufasulye”, un piatto semplice composto da riso e fagioli; mi addormento con la visione della città e il canto del muezzin al tramonto, in attesa delle prove serali.

Secondo Giorno. Dopo aver sperimentato cosa possa essere il traffico di Istanbul ed aver preso le misure con la guida “creativa” dei tassisti, mi ritrovo nel quartiere di “Galata Tower” dove si terranno per due giorni le prove, all’ultimo piano di un edificio interamente adibito a studi di registrazione e sale prove. Lì faccio la conoscenza dei componenti del Kaknus Ensemble: le affascinanti cantanti Tuğçe Karaoğlan e Canan Tugberk, il bassista Münir Gür, il leader Mamed Cafarov alle tastiere, Ahmet Selim all’ud e Onur Seçki alle percussioni L’atmosfera è cordiale e rilassata, beviamo il tè e ci scambiamo le prime impressioni; personalmente sono abbastanza preoccupato, giacché non mi è stata inviata alcuna partitura e dunque brancolo in una sorta di buio, avendo ascoltato i loro brani solo da una registrazione su YouTube.
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E infatti non abbiamo alcuna partitura! “Just listen!”, mi dice Mamed, e così cominciamo le prove. La musica è molto orecchiabile ma al contempo riserva dei terribili tranelli: stacchi in 11/8, forme (per il nostro orecchio) apparentemente asimmetriche, un certo modo di portare il “timing”…ma fin da subito c’è intesa e feeling, e le canzoni filano via lisce con le dovute pause necessarie alla decifrazione delle mie “parti”. Alla fine ci ritroviamo a cenare nel cuore della Istanbul mai doma, con ristoranti aperti ventiquattro ore al giorno.

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Il giorno seguente trascorro molte ore in moschea. Indipendentemente da come la si pensi, è davvero impossibile non rimanere rapiti e pervasi da questo profondo sentire comune: i profumi degli incensi e il senso di spiritualità “attiva” rendono magico il senso della partecipazione ad un rito toccante ed eterno. Il vento del Bosforo soffia in circolo fra le navate, straniante è il lucore del diurno: professionisti, manager, anziani, “uomini tecnologici” e vecchi senza una gamba giungono all’acme, il farsi della ora tredicesima; le donne sono dentro un “recinto”; comincia il canto del muezzin. Molti, per via della mia barba, mi scambiano per turco e mi chiedono delle cose. Io faccio segno di non capire. Mi sorridono tutti. Percepisco un senso di grande pace, umile e sincera. Il senso di fascinazione che proviene da questo culto è magnetizzante.

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Nel pomeriggio ho modo di andare a vedere il concerto del bravissimo Alessandro Lanzoni, che per coincidenza si trova ad Istanbul nei miei stessi giorni. Ammiro il suo piano solo all’istituto Italiano di Cultura e poi lo invito alle nostre prove.
Prove serali: la musica comincia a girare, occorre ascoltare bene, entrare in una certa dinamica ed empatia con un certo modo di portare il tempo. L’indecisione è sempre la medesima, ovvero quella di assecondare il flusso ma al contempo mantenere un’identità propria; è un equilibrio delicato, una linea sottile da seguire.

Quarto giorno: oggi suoniamo nella meravigliosa “Crimean Church”. C’è molta attesa per il concerto e la sala è esaurita. Sono giorni di disturbo fisico per me, con costanti giramenti di testa e nausee, ma la compagnia dei musicisti e di Selahattin, riesce ad alleggerire il peso del malessere. Prima del concerto discuto molto nei camerini con le meravigliose cantanti: parliamo delle nostre vite, delle nostre esperienza e pian piano ci avviciniamo all’ora del concerto. Effettivamente la sala è gremita; con gli altri musicisti ripasso il repertorio che per me è sostanzialmente un grosso esercizio mnemonico e di concentrazione. Quando entriamo nella chiesa, comunque, tutto pare assestarsi e il risultato è davvero emozionante: pubblico in visibilio e noi tutti felici. Il processo di apprendimento per emulazione, imitativo, ha prodotto i suoi risultati. Rispetto al codice della partitura, questo “metodo” consente una diversa concentrazione e un’attitudine all’ascolto non mediata dalla partitura musicale. Si risvegliano capacità di apprendimento sopite da troppe sovrastrutture: erudizione, studi, approcci, dipendenze.
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Quello che comincio a comprendere di questa straordinaria, bellissima città, grazie ai miei amici turchi che mi portano in giro, è che la zona di Besiktas è quella tradizionalmente di sinistra e degli universitari: qui si annidano gli “anti-governativi”. Molte ragazze preferiscono la vita notturna di questa zona (come se nelle altre parti non ce ne fosse, aggiungerei io). È un immenso bazar sempre aperto. E meno male che questo è un periodo di “crisi”.

Quinto giorno. Oggi col mio amico Selahattin vado a incontrare una potente “guaritrice” della tradizione del “kurşun dökme”, un culto pre-islamico ancora attivo anche se inviso dalla cultura islamica e dunque costretto in pratiche nascoste (anche se ci sono molte zone in cui è praticato e tollerato: influenze di matrice zoroastriana, comunque). Percorriamo un strada che a me pare infinita, tra battelli, metro, autobus: una durata di quasi due ore, che per un cittadino di Istanbul è assolutamente la norma. Comunque la città è un immenso bazar: immaginate una sorta di area grande quanto mezza Sicilia tutta fatta di strade, negozi, piazze ecc.

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Arriviamo a destinazione, il quartiere è modernissimo, sembra un strada di Londra o di New York, ma Selahattin mi dice che probabilmente sono il primo italiano a mettere piede in questa zona. Mi accolgono con una gran festa in questo piccolo appartamento: la “guaritrice”, i suoi figli, facce sorridenti e festose. Ci sistemiamo in cucina. Loro non parlano una parola di inglese e dunque Selahattin farà da traduttore. Sui fornelli vedo a scaldare della carta stagnola, poi una bacinella piena d’acqua con del pane a mollo che serve – mi riferisce – a fare assorbire il malessere. È un rito antichissimo, di millenni. Mi viene messa una coperta in testa. Non devo vedere. Poi sento dei gran rumori. Fortissimi. Mi toglie la coperta e mi fa vedere la stagnola che ha preso una assurda forma. “Questo è il tuo cuore, hai un cuore trasparente e limpido”. Poi prende a massaggiarmi la testa, il collo, le braccia. Emette come degli strani sbadigli e poi soffia. È come se prendesse questa energia negativa e la risputasse sotto forma di soffio. Riferisce che mi hanno fatto una sorta di malocchio. Molto tempo fa. Una donna. Parla di un luogo molto antico dove ho assorbito questa cosa: un cimitero, un castello. Poi materializza la carta stagnola e mi dice “andrai in America e farai dei soldi”. Tutto questo in un’atmosfera solare, grandi risate, e affetto. Mi dice di stare sereno, che da domani passerà tutto e di ritornare la prossima volta che sarò a Istanbul per il secondo e terzo trattamento. Io chiedo allora cosa posso fare per ricambiare, visto che lei non accetta soldi. Lei mi sorride e mi fa “Inshallah! Facciamo tutto questo per la gioia della vita e dell’Altissimo”. E giù grandi risate e sorrisi festanti. Mi abbraccia lei, e poi vengono tutti i suoi figli ad abbracciarmi come se fossi un fratello, uno della famiglia. Il fatto che sono italiano, per loro, è una gioia (penso a quanto orrore e ignoranza becera alberghi in certe nostre visioni del mondo). Indipendente da come possa leggere questo incontro – se riuscirà a guarire o a lenire il mio disagio fisico -, esso rimarrà una delle esperienze più belle della mia vita.

Arriva il giorno della registrazione. Dopo essere stato in giro ad acquistare – un must!- i famosi piatti turchi, sono ansioso di provarli direttamente in studio. Registriamo un pezzo tutti insieme (senza le voci), poi registro alcune take sovraincidendo la batteria sulle registrazioni precedentemente effettuate dal Kaknus. Il risultato è più che soddisfacente, e sono davvero contento di aver dato il mio apporto a queste musiche. Ho imparato moltissimo in questa settimana, musicalmente è stata un’esperienza molto importante e densa.

Infine mi trovo in attesa dell’aereo che mi riporterà in Sicilia…
A tutti i miei amici Ahmet Selim Koytak Tuğçe Karaoğlan Canan Tugberk Münir Gür Mamed Cafarov, Selahattin Kaplan, Onur Secki, Duygu Eskipınar Fanny Lulu Brawne, Alessandro Lanzoni, un grazie per la bellissima settimana trascorsa a Istanbul e per la vostra gentile e splendida accoglienza. Soprattutto a Selahattin voglio dire un grazie per la pazienza e la cura dedicatami in questo periodo.

PS
Incredibile coincidenza che non può essere coincidenza: stasera sono andato a vedere il film “Inferno” e l’intera sequenza finale è girata a Istanbul nei luoghi dove ero fino a stamane: Santa Sofia, La Cisterna della Medusa…

Intervista a Francesco Cusa in occasione del concerto di The Assassins al "Pinocchio" - il:2016-12-04

https://player.fm/series/controradio-podcast/intervista-a-francesco-cusa-in-concerto-al-pinocchio-jazz-club-il-03-12-2016

Recensione del cd "Triplain" di Paolo Sorge a cura di Antonio Dentice - il:2016-10-09

http://www.strumentiemusica.com/notizie/le-recensioni-di-sm-triplain-paolo-sorge/

Un prosieguo stilistico imperterrito e coerente derivante da una maturità artistica e da una ricerca interiore consolidatesi nel tempo, ma soprattutto dalla fisiologica necessità di trasmettere un messaggio sincero attraverso un’identità comunicativa ben definita. Triplain è la nuova fatica discografica generata dall’ardimentoso chitarrista e compositore Paolo Sorge, accompagnato in questa avventura da Gabriele Evangelista (contrabbasso) e Francesco Cusa (batteria). I sette brani che formano la tracklist sono composizioni originali frutto della vivida penna del leader. Il climax surreale di Floating incuriosisce all’istante. Qui il trio interagisce in perfetta simbiosi, dipingendo quadri sonori che lasciano con il fiato sospeso. Idea Due è un brano dal mood accattivante. Evangelista cesella un’elocuzione vibrante, adornata da un suono possente. L’eloquio di Sorge è cadenzato, armonicamente creativo e scandito da un timing granitico. Cusa architetta un costrutto ritmico massiccio e cangiante, volto a sobillare i due solisti. Pullulante di venature free e avant-garde jazz, Triplain è un album in cui i tre musicisti danno libero sfogo alla propria fantasia improvvisativa senza mai farsi condizionare da tediose gabbie preconfezionate.

SCRITTI SU NOVELLE CRUDELI - il:2016-08-15

PAOLO ANILE:
a “Novelle Crudelli” e “Ridetti e Ricontraddetti” di Francesco Cusa.
"I personaggi che incontriamo nelle “Novelle Crudeli” si pongono di fronte a noi sorridendoci con un ghigno tragico e che puzza di vino stantio. Sembrano eroi decaduti provenienti da un mondo che solo in apparenza potrebbe essere irreale. Si nascondono per riapparire nella loro vera realtà sconcertante.
Sembrano persone sospese a mezz’aria, la testa nascosta e immersa tra bianche nuvole e un baratro nero senza fine sotto i loro piedi. La loro improbabile sospensione a mezz’aria è sostenuta da un semplice palloncino d’aria compressa, che contiene le loro credenze, follie, ossessioni, fantasie, teorie sulla vita, abitudini becere e inconcludenti come l’aria fritta. A un certo punto, non rimane che precipitare giù all’improvviso e sfracellarsi nel contatto con la dura realtà; oppure tentare di volare immergendosi in un nuovo stato di coscienza che, almeno in apparenza, è peggiore del precedente.
Si intravede, in questi racconti, una separazione tra una vita osservata dal di fuori ed una vita interiore che segue il proprio flusso di coscienza. Mondi e universi paralleli, apparenze sociali, nascondimenti, svelamenti, gioielli ingurgitati all’interno del proprio corpo come fosse una banca svizzera, ossessioni nascoste in mezzo alle circonvoluzioni cerebrali, perversioni mentali, paure, follie interiori. Eppure, più forte è il tentativo di celare, maggiore è l’urgenza di svelare una realtà che esiste dietro alle cose, alle persone, agli oggetti. E così che compare in questi racconti di Cusa il bisogno di smascherare l’inganno che esiste dietro alle apparenze. Questi personaggi sono, tante volte, agiti da forze che possono essere misteriose oppure ovvie, spirituali o brutalmente terrene, interiori o esterne a sé: non importa che forze siano, perché rimangono comunque spinte che prendendo il controllo dell’individuo glielo fanno perdere.
Ed anche la parola si fa portavoce di questa urgenza, poiché nel suo destrutturarsi, morire, rinascere, ricostruirsi, inventarsi continuamente contribuisce a svelare significati possibili e impensabili che esistono dietro alle cose. L’inganno può essere, così, raggirato e svelato, le apparenze possono nascondersi e una mascherata realtà può essere incoraggiata a riemergere al di là delle apparenze. Tutto può diventare il contrario di tutto e persino ciò che appare dissacrante in realtà non lo è, perché Cusa ha un gran rispetto del sacro.
Questo schema di duplicità si riflette anche altrove. Esiste una profonda leggerezza, ironia, istintualità, all’interno di un profondo pozzo filosofico di riflessione, di cultura sottostante, di citazioni colte, potenti, ma mai ostentate. Un linguaggio alto che parla di cose basse. Una realtà materiale ed una coscienza interiore invisibile. Una serietà dura ed un sarcasmo irriverente. Una disciplina ed una insubordinazione sfrontata.
Si può immaginare che questi personaggi possano essere usciti fuori tanto dal circo quanto da un film horror. Certe descrizioni potrebbero essere la materializzazione di un fumetto di Jacovitti, di una scena teatrale di Jarry o di Ionesco, di una tela surrealista, di uno strano e divertente scritto di Queneau. Ma la loro realtà è più vera dell’immaginazione. Si tratta di aspetti reali della vita, di verosimili possibilità, di cose realmente successe o che, senza alcun dubbio, prima o poi succederanno. Perché si tratta di racconti che vomitano sul lettore quanto di peggio può accaderci. La maschera dei personaggi è la nostra maschera, perché siamo noi lettori di parole che veniamo chiamati in causa ad indossarla.
Le descrizioni, acuminate come spilli, riescono ad accendere i nostri sensi, spesso spingendoci verso un declino che ci obbliga a scivolare verso una dimensione bassa, uno stato di coscienza inferiore, terreno, istintuale. Il crollo che tanti di questi personaggi subiscono tuttavia non è, a mio modo di vedere, ineluttabilmente negativo; la caduta verso il basso potrebbe, se ben canalizzata, fornire una spinta verso l’alto. Eppure, difficilmente conosceremo la sorte di questi personaggi, la cui storia si interrompe come se al cinema mancasse improvvisamente la luce, costringendo gli spettatori rimasti al buio ad immaginare le scene successive. In ogni caso, l’apparente perdizione di questi personaggi ed il loro crollo non rappresenta certamente una punizione. Non ci troviamo di fronte a racconti morali, né tanto meno immorali. Forse gli esemplari umani di questi racconti solo attraverso la morte, oppure un evento folle, assurdo, inspiegabile, drammatico, estremo, hanno la possibilità di vedersi negli occhi e smarrendo la consapevolezza di sé hanno la possibilità di recuperarla. L’estrema follia potrebbe essere l’ultimo tentativo, l’ultima risorsa, di spezzare la normalità logora della propria coscienza. Pensare l’impensabile può aiutare ad aprire la coscienza verso il nuovo. È la finale disperazione, più o meno riuscita, di cercare altro da sé, di rompere la normalità quotidiana in cui si ritrovano intrappolati a vivere.
I racconti, come gli aforismi, sembrano essere racconti contro ogni forma di normalità. Essi esprimono la ripugnanza, non verso la follia, quanto nei confronti di una realtà prevedibile, scientifica, dove tutto appare chiaro: in fondo un’umanità del genere è ben più interessante di un’umanità normale, supponibile, scontata e noiosa. E, proprio il gusto per l’impensabile, per lo stravolgimento delle certezze ha un potere enorme di divenire fonte di creatività, di rigenerazione, di verità.
Racconti, aforismi, frasi, parole, sillabe, fino alle singole lettere insignificanti dell’alfabeto si capovolgono, si reinventano, producono significati nuovi, si reimpastano come gli ingredienti di una nuova ricetta di pasta per la pizza. La parola viene destrutturata, sverniciata, riportata all’essenza; diviene la tessera di un puzzle che viene smontato per ricostruire immagini nuove.
La funzione che posseggono le parole, come le singole lettere dell’alfabeto, può essere infinita, come infinite possono essere le combinazioni delle note musicali. Ed il loro significato può essere palese, evidente, suggerito, implicito o reinventato. E, naturalmente, quanto più il linguaggio esce destrutturato, terremotato e ricostruito, frammentato e riorganizzato, tanto più questo lavoro suggerisce aspetti nuovi e reconditi delle parole. Siamo entrati, così, nella creatività, perché ogni tentativo di destrutturare il linguaggio, come ogni tentativo di destrutturare l’umanità, non rappresenta una catartica aggressione verso le cose fine a se stessa, ma una possibilità di invenzione e di apertura al nuovo.
Gli aforismi, ancor più dei racconti, uccidono e fanno resuscitare il linguaggio. E’ una reinvenzione funambolica di una frase-partitura simile a quella che un jazzista può fare con uno standard. E questo gioco, sgrammaticando, mordendo le parole e restituendocele digerite, non può che suscitare divertimento liberatorio o riflessioni acute.
Gli aforismi possono essere digeriti subito oppure no: a volte arrivano immediati come un duro colpo che spacca la pelle di una grancassa, altre volte giungono mediati da una lunga eco che arriva solo dopo essere sopravvissuta nel tempo come il fruscio leggero di spazzole su un rullante.
Per tutti questi motivi, i racconti e gli aforismi potevano essere scritti e immaginati solo da uno scrittore senza paura o, meglio, da uno scrittore coraggioso.
Perché i racconti e gli aforismi di Cusa sono come delle supposte che sfidano la resistenza delle nostre parti più basse: piccoli, dolorosi, ma terapeutici".
Paolo Anile (13 Agosto 2016).

ALESSANDRA RAITI:
"Ascoltai per caso una delle Novelle Crudeli di Francesco Cusa, dalla voce di un attore che la interpretò dandole la giusta enfasi con cui tali storie dovrebbero essere lette. Leggendo l’intera raccolta, poi, ci si trova risucchiati in un universo di personaggi tormentati da qualche condizione passata o dell’immediato presente. 
E l’autore, con forza prepotente, ci scaraventa in faccia il loro mondo esasperato. Uomini incompresi ma compiaciuti di essere portati sul baratro della routine di coppia, personaggi ambigui, logorroici, consapevoli della propria bruttezza o della disonestà delle proprie azioni. In questo ritmo spasmodico denso di caratteri a volte molto differenti tra loro, trascende una lucida consapevolezza della condizione umana, con i difetti e le virtù che la contraddistinguono, e la “crudeltà” nel titolo, non estromette il lirismo che tra le righe si riesce a cogliere. 
Non vi aspettate banalità ma lasciatevi trasportare da una disperata follia in cui, con fascino dissacrante, la morte corporale o spirituale, denota in verità un cambiamento, l’inizio di una mutata esistenza".


LAURA BATTAGLIA PIRRONE
"Musicista batterista jazz di gran fama,ha realizzato numerosi lavori di creazione di musiche per film ed alterna la sua attivita' di musicista con quella di scrittore,
Nella raccolta Novelle Crudeli edito da Atropo Narrativa con le magnifiche tavole illustrate da Daniele la Placa ,Francesco ci narra e canta l'Infanzia ,la sua poetica visione del mondo ,sottolinea paesaggi minuziosamente descritti quasi con piglio ottocentesco ,anzi scherzosamente oserei dire Horrorcentesco.
Ci troviamo addentrati nelle sue storie a tinte forti e nere e talvolta d'impeto violente.
Scrittore contemporaneo che si ispira alla beat.generation Francesco usa tramare le sue storie fredde .acciao come la sua Cadillac che aggredisce la strada ...ed un incidente diviene un inesorabile tramonto rossosangue di un addio disperato tra due amanti .
francesco ama anagrammare persino i nomi dei protagonisti o echeggiarli e ripeterli in un crescendo ossessivo.
Ama la sua terra ,la Sicilia e Catania ,le sue granite i suoi luoghi sono presenti.
Ed ama la solitudine come quiete dell'essere che si rinnova nel silenzio spettrale e spirituale ...perché chi scrive ha bisogno del tempo considerato come algido meccanismo che si autoperpetua,indifferente alla specie ed all'esistenza stessa e lambisce una sinistra beatitudine,quell'humour nero che talvolta ci prende.
Francesco ama le donne .
Donne cantate e musicate nelle sue novelle .
Donne dai diversi ritratti psicologici che non si stanca di sottolineare .
Incedono con i loro vestiti,talvolta macchiati di sangue ,in un tramonto colmo di liberazione.
Nei suoi racconti e' presente sempre il lato oscuro del dolore .
Il dolore agghiacciante,terribile ,squarciante come lama sottile.il dolore narrato ,il dolore indicibile ..
E' forse questo canto,questa tenue melodia che nella notte si fa strada vezzosamente una carezza di mia madre ..."


ROSARIO GIANINO:
Le lingue dell’orrore
di Rosario Gianino

"Dopo una lettura delle Novelle crudeli di Francesco Cusa"

"Lamusica delle parole
Nonho ascoltato spesso Francesco alla batteria in concerto. L’ultima volta che èaccaduto di recente ho cominciato a mentalizzare la gragnuola di colpi chearrivava ad ondate alle mie orecchie. Almanaccavo parole senza pronunciarle,quelle che emergendo alla coscienza rispondevano alla vasta ed esigentefenomenologia della percussione: scrosci, fruscii, soffi, tonfi, scosse, martellate,pugni, carezze. L’abilità di Francesco con bacchette, ramazze e sonagli midischiudeva l’accesso all’esperienza di un campo percettivo inesorabile,estatico, frenetico. L’esplorazione dell’universo sonoro che intraprendevo mifaceva venir voglia di mappare questa regione trovandone i significati. La suamusica mi aveva fatto venire voglia di parola. Se la parola è lo strumento concui pensiamo di poter intenderci sulle innumerevoli sfumature, reali epossibili del mondo che ci circonda. Nell’incalzare delle vibrazioni dellamembrana timpanica diventavo uditore dell’articolarsi di una fabbricacosmologica inquieta e caotica.
Oraleggendo le novelle non solo chi vuole può andare alla scoperta deisignificanti che risuonano e rispondono ai quei colpi, ma può immaginare anche i mondi paralleli efebbrili che quei colpi hanno generato.
All’urto,alla percossa fisica del battente sul corpo elastico, s’irradiano onde. La loronatura è quella di un alone pulsante che circonda e cattura persone, cose,ambienti.
Alritmo ipnotico del tamburo si raduna l’orda fantasmagorica delle ossessioni.
Tantestorie
Con“le novelle crudeli” Francesco rifornito da sceneggiature varie, dal fantasygotico o fiabesco, alla fantascienza, dall’horror al thriller, dal macabro all’assurdo,dal realismo al surrealismo, racconta un’umanità assatanata, fobica, fragile.Vengono ritratti casi di aberrazione della coscienza e della percezione, sipassano in rassegna tipi strani e maniacali, ridicoli o veri mostri parto di un immaginarioassociativo scatenato ora demenziale, ora fiabesco ora sacro e demonico.
Iltono è spesso cupo, scuro ma non tetro, sempre emotivo, intenso, interiore eseducente. Le storie ci sono; ridotti all’essenziale si recuperano gliarchetipi di genere. L’intreccio narrativo è congegnato in modo da alludere eimplicare più che dichiarare, così da stuzzicare il lettore attivo.
L’impastocomico del linguaggio
Nonostanteil senso crudele per l’epilogo criminogeno di molte novelle, nonostante lal’implosione dei flussi mentali dei personaggi e il ripiegamento doloroso dimolti infelici, nonostante la meditazione sulle atmosfere lustrali cheavvolgono le scene di delitti efferati e atroci come in Case sospese, questo è un libro che si vuole comico: da ridere. Seattraversiamo l’intenzione ironica e sarcastica e quella cinica di chi lasciache accada il peggio, se sorvoliamo sul malvagio compiacimento guardone di chiscruta lo stato alterato del caso patologico e tipologico, possiamo arrivare acogliere il sorriso ammiccante e la risata allegra di chi la dice grossa. E’ lacomicità dell’impasto linguistico che costituisce, dopo l’intreccio, ilmateriale primo di elaborazione delle storie.
Sitratta di un linguaggio spontaneo, dalla movenza istintiva, ridondante esprecona, colloquiale e ricercata, spesso arzigogolata, barocca, concettosa. E’un linguaggio fatto per esagerare l’effetto di straniamento e che insiste nelladescrizione di atmosfere e ambienti. E’ un linguaggio immediato ed eterogeneo,apparentemente non letterario, tuttavia colto, stratificato e consapevole chetrae il suo lessico da svariati ambiti, spaziando dal vernacolo, allo slang,dal falso antico medievale al falso tecnico scientifico. E’, questo, infine, unlinguaggio insieme della parodia e della poesia, icastico e assoluto.
Nellegrazie abbondanti di questa lingua rimane come il timbro di una oralità liricache attinge ad un abito radicato dell’improvvisazione, del dileggio, delcazzeggio alto, del pascolo aletico, della commozione improvvisa e inattesa.L’enfasi solenne del linguaggio è irresistibilmente comica, eppure la risatanon preclude l’emozione, la prepara. Si ride per la forza centrifuga dellearguzie, delle freddure, delle invenzioni metaforiche che dimensionano acaratteri epici e apicali la descrizione di stati d’animo e atmosfere; si ridedelle esclamazioni gergali, degli intercalari sconci, dei dialettismi e delleimprecazioni dialettogene. Si ride perché l’accumulo linguistico di questiracconti è una festa che danza e suona l’iperbole dei personaggi.
Ariadi famiglia
Siride anche per il meccanismo proiettivo di queste novelle: si riconoscequalcosa di familiare.
Personaggi,atmosfere, situazioni sia che ci ricordino storie consumate e metabolizzate,già viste al cinema o già archiviate nei magazzini di genere o nel softwaremadre di tutti i videogiochi, sia che ci rinviino al tessuto psico-sociale emitopoeitico del giro catanese, siciliano, italiano, in ogni caso sonoresidenti in un extratesto leggendario e comune che come un continente sommersosorregge l’impianto della mimesi grottesca: l’avvocato, il posteggiatore, ilprofessore universitario e quello liceale, Borsellino e Berlusconi, lo Zioebete, il nano pusher, il pagliaccio dell’incubo, il rockettaro passatista, lacasalinga assassina, il contrabbassista maledetto, la cantante lirica uccello.
Quelloche però subito avvince è che questo materiale umano ha una immediataconfidenza con noi, come fossero nostri amici, vicini, conoscenti, parenti checi vengono a salutare. Insomma sonopaesani di casa nostra e nostri conviventi quando non conniventi. Il lettoreideale di queste novelle, il lettore a cui queste novelle si rivolgono come adun complice o ad una spalla, è colui che riconosce nel linguaggio dello sprecoe della ridondanza con cui sono scritte un tratto che appartiene ad unadimensione esistenziale concreta e condivisa. Si ride perché noi riconosciamol’ambiente, l’atmosfera esaltante, allucinata e ammorbante che genera questitizi, abbiamo cognizione della loro matrice esperienziale. La provinciacontinentale o insulare, siano gli States,sia la costa orientale sicula, tutto il mondo globalizzato dal cinema e daividegiochi è paese ed è provincia. Terreno di coltura del genio mostruoso.L’artificio retorico della lingua di questi racconti è sostanziato propriodalle flessioni composite ed enciclopediche, ibride e sublimi, di una immaneprovincia colta, accaldata, abbacinata o ingrigita, intontita, ipnotizzata estufa.
Eticadell’orrore
Illettore ideale per goderseli questi racconti deve avere tutto il tempo disentirsi a casa con i suoi mostri paesani, familiarizzare con loro. Invecedell’aereo qui si prende il treno. “Famiglia” come categoria “tragi-comica”dell’estrema vicinanza, sino alla coincidenza di sé con l’altro. Si adempie,solo allora, il dettato normativo che vuole il perturbante essere il piùbanalmente prossimo, tanto da scoprirlo intimo, doppione e identico a sé.Specchiarsi nei mostri si può ? Etica o morale affermano che si deve. Larappresentazione contiene il farmaco catartico in forma omeopatica. Ci sispecchia nell’altro, si trema con lui e si inorridisce di lui, ci si disgusta,si prova raccapriccio, repulsione. Eppure lo si continua a guardare,eroticamente titillati, quindi toccati e smossi da dentro. Quello di cui siprende consapevolezza tramite tali trappole proiettive potremmo chiamarlo: alienazionedel Sé. Il grottesco, è il filtro alienante attraverso cui passa la relazionecon l’alterità del Sé. Si ride sempre degli altri, li si tiene a debitadistanza e intanto li si concupisce. Questi “altri” così sporchi, stravaganti,agonizzanti, professionalizzati o imbestiati popolani rumorosi, sciatti nelleloro fisse ebeti, goffe o stucchevoli. Questi altri così strani, così alienati.Tanto seducenti.
Lazona della meraviglia
C’èun ulteriore aspetto che si collega ad un tentativo di lettura speculativa deicasi della provincia umana. Una provincia umana così affollata, ad altadensità, che vien voglia di diradarla a colpi di machete, per farsi spazio.
Lacrudeltà esercitata dall’autore nei confronti delle sue riproduzioni mostruose,mantiene intatta, invulnerata, una zona di stupore. Questa zona di meraviglia,incontaminata, è refrattaria al disgusto, protetta dal deterioramentosocio-personale che la rappresentazione accanitamente persegue. E’ difficileparlare di questo centro nobile della rappresentazione in cui la vittimainsieme al carnefice e al lettore ideale trovano la propria area salva. Ogni provincia sogna il fuori, l’esterno, lafuga. Così in molti di questi raccontisi traguarda un’area salva che non è disegnata dalle linee della narrazione mane costituisce il punto lontano intenzionato. Il telaio linguistico tesse lapropria trama. Eppure questa stessa lingua del grottesco può continuare arinviare ad un diverso soggetto su cui niente possono gli artigli del sarcasmoe le zanne del cinismo. Trovare queste zone di soggettività, queste radure, nellagiungla di abomini, è uno dei piaceri più sani che queste novelle regalano allettore.
Lasoglia del mistero
Ed’altra parte è da queste zone che promana potente la fascinazione del mistero.Infatti qui l’orrore e il terrore sono custodi e guardiani del mistero. Ora ilsegreto e l’indicibile può essere evocato non narrato.
Formulatoin sintagmi ermetici e negli accostamenti ordinati da una semanticadeframmentata, questo mistero trova randomle sue figurazioni mistiche. Si tratta di una mistica e di una musica in cui ilSé arrischia a dire la propria dissoluzione.
Lalingua divisa
Unacerta idea di linguaggio può fornirci la guida per capire alcune invenzioni edalcune modalità espressive ricorrenti nelle novelle di Francesco.
Nell’usolinguistico, ora soggetto e ora oggetto, di queste novelle si gioca iltentativo di forzare la logica quotidiana della rappresentazione, perscardinarla, rovesciarla, dislocarla, sovvertirla. E dietro quest’uso c’èsicuramente una riflessione sulla forza espressiva del linguaggio nel doppiopiano di struttura alfabetica e voce pronunciata. Una riflessione sul rapportodi dipendenza funzionale del significato rispetto al segno come cifra o suono,come corpo e carne visibile e udibile del senso. In alcuni di questi racconti,questa riflessione non solo indirizza il modo in cui si racconta ma è il temastesso, la cosa stessa che si racconta.
L’autoreè come se ci dicesse che non sono le cose a determinare il senso della nostravisione del mondo, ma è la struttura fine del sistema dei segni, il loroordinamento e disciplinamento, a fissare l’apparenza di un universo coerente ecompatto. Se si prova a sperimentare nuove combinazioni segniche dei sistemi dirappresentazione si scopre che il nostro mondo è solo uno dei possibili mondida guardare come un’immagine tra tante dentro un caleidoscopio.
Questolavoro sulla logica della rappresentazione è stato il grande tratto comune cheha unito nel secolo scorso le avanguardie artistiche, alla sperimentazionescientifica e alla rivoluzione compositiva musicale. D’altra parte lasovversione espressiva arriva pure attraverso l’irruzione delle forze della giunglae dell’animalità, come presenze demoniche o mitiche. Così il senso si dislocasu di un doppio piano; è giocato sul piano della combinatoria dei segniimpazziti e su quello della spremitura delle voci e dei suoni animalizzati. La linguaè divisa. Forse per questo il Guardiano taglia in due Guido il protagonista di M.O.R.T.E. Così, nella novella Cristo si è fermato a Empoli, che giànel titolo è una citazione in metastasi, la lacerazione della lingua è figuratanell’incarnazione oscena e triviale del Verbo che non sa più predicare, marutta e scorreggia.
Lanostra appartenenza al linguaggio si sente e si vede, senza poter essere nédetta né ascoltata. Essa è chiusa come nei ghirigori di una antica lingua dicui si è perso il codice. E’ aperta come lo strepito rumoroso di una gestualitàvocale disarticolata. C’è la lingua vista e la lingua sentita. La lingua vistadel dominio formale. C’è la lingua sentita del caos, la voce che originadall’interiore invisibile animalità del piacere e della paura che urla, grida,cinguetta, mugugna, gode e piange, frigge. Non c’è la lingua del soggetto integro. Della separazione interna allalingua queste novelle esplorano l’orrore, il ridicolo, la nostalgia ed il mistero".

ROSARIO GIANINO: "Per Francesco Cusa. In merito al racconto: M.O.R.T.E. delle tue Novelle crudeli. Ho trovato la citazione definitiva. Jacques Derrida: "Che una parola detta viva possa prestarsi alla spaziatura nella propria scrittura, è proprio ciò che la mette originariamente in rapporto con la propria morte".
Capire cosa significa questa straordinaria sovrapposizione assolutamente accidentale e pure essenziale tra la tua fantasia e la grammatologia di Derrida, dovrà essere lo scopo della prossima presentazione del tuo libro !!!!! Secondo me la strada per capire questo è la seduzione perversa, maniacale, ossessiva, passionale che la scrittura esercita su di te. Tu cedi alla tentazione di scrivere: abbandoni la fonè, il suono, per il segno grafico. Fino al mutismo del segno. E dunque è necessario che ‪Salvatore Massimo Fazio‬‬‬‬‬‬ possa recitare, quello che non si può parlare, e di cui si subisce l'assedio: la scrittura. Dunque, sistematizzando, non c'è proprio nessun kairós in questo assedio senza uscita. Kairós è tempo immanente, interiore, quindi "appropriato"....ma nel dominio incontrollato della scrittura noi abbiamo a che fare con l'assenza del firmatario e del referente".

SAL COSTA: "sì, l'ho letto e mi ha intrigato parecchio. E' la prima volta che ti accosti alla scrittura di racconti? Per il tipo di scrittura che hai ti si confarrebbe di più la prima persona, come dire, sei troppo personalistico, riusciresti meglio. E' difficile accostare le tue meditazioni a personaggi disparati, magari semplici che non parlerebbero, nè penserebbero come tu parli e pensi. Sì, d'accordo, tu li racconti in terza persona, ma la terza persona è porosa, contiene il sapere di chi scrive, ma l'anima del personaggio. Comunque, bello, a tratti mi ricordava Burroughs. Aggressivo, abrasivo, visionario. Hai una motopala che ti scava dentro e dentro hai una miniera. Complimenti".

PEPPE TROTTA: "Francesco finalmente ho letto il tuo libro. Volevo rinnovarti i miei complimenti e dirti che le impressioni avute durante la presentazione non rendono pienamente giustizia alle tue novelle. La tua cura con cui ricerchi la parola e il ritmo dei racconti non si riescono ad apprezzare, mentre nel libro rapiscono. Una lettura veramente piacevole che ti cattura e scorre via lasciandoti tanto".

TIZIANA GILETTO: “Novelle crudeli di Francesco Cusa, in sintesi, per me è un dedalo di citazioni che ti spingono a ricercare, di storie che non sai mai in quale direzione andranno, che mescolano ironia e conoscenza, a tratti io ci ho trovato poesia (sarò pazza?), e musica, perchè le parole sono scelte con saggezza musicale. "Novelle crudeli" ti mette in contatto con i personaggi con un sistema di segni cifrati, una sorta di tam tam sotterraneo. Un labirinto, dunque, nel quale vale la pena rischiare e perdersi”.

‪ALESSANDRO ESTI: "Sì, mi piace, un colpo di rasoio ben assestato, rapido, preciso, gelido. Un lavoro da professionista, quel tipo di professionista che poi ama trattenersi un po' ad ammirare il sangue che sgorga copioso dalla ferita... Giusto qualche istante, il tempo necessario a non farsi sopraffare dall'odore del sangue...‬(sul racconto QUEL GIORNO IN CUI ARTHUR SPARO’ A GENE)‬‬".

ALL ABOUT JAZZ. Recensione Francesco Cusa & The Assassins a cura di Libero Farné: Sud Tirol Jazz Fest - il:2016-07-09

Doppia recensione a firma di Libero Farné per i concerti di Francesco Cusa & The Assassins (Giovanni Benvenuti, Giulio Stermieri Flavio Zanuttinii) e gli incontri di improvvisazione che ho tenuto assieme a Joe Rehmer, Mirko Pedrotti e Giovanni Benvenuti.

http://italia.allaboutjazz.com/sudtirol-jazz-festival-alto-adige-2016/

Speciale su Radio Tre dedicato a Francesco Cusa: Battiti del 22/06/2016 - il:2016-06-23

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-86ac57d6-8c1d-4e6a-9d38-bfaa22be6283.html

Battiti del 22/06/2016
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01:31:21
pop-upembed

ALLEN TOUSSAINT, American Tune, da "American Tunes" – Nonesuch 554644
LUME, Polén, da “Xabregas 10” – Clean Feed CF371CD
SHABAZZ PALACES, Solemn Swears, da "Live At Third Man Records" − Third Man Records TMR-304
MIKE COOPER, Stones For Voyaging, da "New Kiribati" – Discrepant CREP21
FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS, Love (The Act Of Killing Music), da “Love” – Improvvisatore Involontario 0043
FRANCESCO CUSA / “VOCAL” NAKED MUSICIANS, The Marriage of Lady Clorofilla, da “Flowers in the Garbage” – Improvvisatore Involontario 0038
SKINSHOUT & XABIER IRIONDO, Fuga da Venezia, da "Altai" – Improvvisatore Involontario 0024
FRANCESCO CUSA “SKRUNCH”, Escape From Pussyland, da "L'arte della guerra" – Improvvisatore Involontario 0006
FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS, Anthropophagy, da "The Beauty and the Grace" – Improvvisatore Involontario 0030
concerti & eventi
JAZZIT FEST#4 > CIVITATES, Cumiana (TO), 24-26 giugno 2016
ANTONIO APUZZO STRIKE!, Peel The Paint, da "Songs Of Yesterday, Today and Tomorrow" – Dodicilune Dischi Ed355

Recensione di “TRIPLAIN”: PAOLO SORGE - il:2016-06-01

“TRIPLAIN”: PAOLO SORGE, IL RITORNO

Jazz
di Ferdinando D'Urso // pubblicato il 22 Maggio, 2016

Dopo un lungo periodo di silenzio Improvvisatore involontario ritorna con “Triplain”.
Tre piani, tre punti di vista, un velivolo che si libra su tre ali, non si conosce l’ispirazione del neologismo che fa da titolo all’album; certo è che stiamo parlando di tre grandi musicisti del panorama italiano. Ad accompagnare Paolo Sorge, chitarrista e autore dei brani incisi, si trovano infatti l’amico di sempre Francesco Cusa alla batteria e il giovane contrabbassista Gabriele Evangelista.
Paolo Sorge, Triplain
Punto forte di Sorge – tanto compositore quanto improvvisatore – sono proprio le asimmetrie ritmiche e gli ostinati con accenti continuamente spostati; questi elementi però restano una materia viva che si muove con volontà e non con l’inerzia autogeneratrice del minimalismo americano. Questa Paolo Sorgecaratteristica è evidente nella titletrack così come in Ciclosfera, nel quale il riff del basso è come una dinamo che autocarica il trio.
Uno stravinskiano “neoclassicismo” si fa strada in Divergenze, nel quale uno swing anni Trenta si spezza e si frantuma così come accade anche per le atmosfere più calde e misteriose di Floating.
In questo nuovo lavoro Sorge ha deciso di meditare nuovamente alcune tracce già apparse circa un anno fa nell’interessantissimo RingLike; così ricompare TreDueNove, Idea 2 con la sua corsa frenetica e l’onnipresente Slonimsky’s Domino, grande classico di Sorge, omaggio ad uno dei suoi primigeni modelli compositivi. Le frasi ritmicamente spezzate e inaspettate che si ascoltano nei temi di questo brano si muovono dal Thesaurus of Scales and Melodic Patterns di Slonimsky verso lidi sempre più contemporanei grazie all’incontro con Monk e a tutte le nuove esperienze di vita del suo autore.
“Triplain” è un cammeo, breve (dura circa trentacinque minuti) ma intenso. Un felice prodotto dell’urgenza comunicativa di Sorge compositore.

Quarto batterista jazz italiano 2016 secondo Jazzit - il:2016-05-13

Grazie a tutti quelli che si sono presi la briga e il tempo di votarmi fra i batteristi italiani (ormai da tanti anni), oltre che con il mio gruppo The ASSASSINS e il cd "Love". Piacere che condivido con i musicisti miei compagni di viaggio: Giulio Stermieri Flavio Zanuttini Giovanni Benvenuti e Cristiano Arcelli Rispetto massimo per chi ci sostiene in tempi di cattività. ‪#‎jazzit‬ ‪#‎awards‬ ‪#‎francescocusa‬ ‪#‎theassassins‬ ‪#‎improvvisatoreinvolontario‬ PS una nota di plauso alla rivista Jazzit che ha scelto di pubblicare i risultati delle classifiche online, senza speculare sulle vendite.

Articolo per Musica Jazz su concerto di Francesco Cusa & The Assassins a Metastasi Jazz. Firma di Enzo Boddi - il:2016-05-03

Recensione Concerto Tao & Paolo Fresu Castel San Pietro Terme (BO), 18 Aprile 2016 di Fabrizio Bugani - il:2016-04-27

Tao & Paolo Fresu
Castel San Pietro Terme (BO), 18 Aprile 2016

Scritto da Fabrizio Bugani
Lunedì 25 Aprile 2016 16:50
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Castel San Pietro (BO), 18 Aprile 2016 - Crossroads Festival - "Cassero" Teatro Comunale
Nonostante sia una sera di inizio primavera una arietta fresca e frizzante soffia attraverso l'antica porta di ingresso al paese sulla quale si erige il “Cassero”, struttura sopraelevata della originaria fortificazione oggi trasformata nel teatro comunale. Vorrei entrare ma una inaspettata affluenza mi obbliga ad attendere in strada: sì è vero, è uno dei mitici concerti del Crossroads, suona Paolo Fresu, che ha una nutrita corte di ammiratori che lo seguono ovunque, ma sopratutto suonano i TAO (Talking About Ourselves), un mitico trio del panorama jazz italiano dei primi anni '90 formato da Roberto Bartoli, Francesco Cusa e Marco Ricci.

L'occasione è speciale: ricorrono venti anni dal loro ultimo concerto, e ventidue dalla realizzazione del CD “Amaremandorle”, pubblicato nel 1994 dalla YVP Music, lavoro che si avvaleva della collaborazione della voce di Cristina Zavalloni, del sax di Guglielmo Pagnozzi e della tromba di Paolo Fresu, che torna in questa occasione sul palco castellano con i TAO.

Finalmente si entra, e dopo il solito quarto d'ora accademico di ritardo, tanto più necessario per la grande affluenza all'ingresso, le luci in sala si spengono e i musicisti salgono sul palco.

Devo confessare una certa emozione al rivedere sul palco un gruppo che non ascolto da oltre 20 anni, con musicisti ai quali sono legato anche in alcuni casi da affetto e amicizia: mi sembra di vivere un viaggio all'indietro nel tempo, e non riesco a immaginare quale potrà essere la risposta del pubblico che li incontra oggi per la prima volta.



Un veloce saluto, poche parole per introdurre la serata, e via con la musica, in una riproposizione dell'unico CD che ha fissato il suono e il groove dei TAO.

Si comincia allora con un brano di Marco Ricci, Til Arild, introdotto dal contrabbasso di Roberto Bartoli, al quale fanno seguito due classici come Starcross lovers di D. Ellington e Well you needn't di T. Monks (avvincente la intro di quest'ultima dell'instancabile Francesco Cusa).

Il tempo, a discapito dei capelli più bianchi o meno folti, sembra non essere passato. Cusa è sempre energico e pieno di risorse, capace di far suonare anche i bulloni che reggono le aste o la bottiglietta dell'acqua semivuota. Roberto Bartoli è il motore pulsante del gruppo, l'antenna catalizzatrice di energie che a sua volta ripassa ai compagni. Ricci fornisce, oltre a una eleganza di altri tempi nei soli e nei duetti, il supporto armonico sul quale la tromba e il flicorno di Paolo Fresu, amico ritrovato in quel di Castel San Pietro, può intrecciare un dialogo sempre più serrato con i tre musicisti del trio.

Il secondo shot del concerto inizia con PPP di Roberto Bartoli, composizione dal sapore sudamericano dedicata a Pier Paolo Pasolini, e continua con un'altra composizione di Ricci, Miowa, alla quale segue un classico come My Spanish.

Il terzo e ultimo shot comincia con un classico di Monk, Epistrophy, al quale segue il gospel Look to the rainbow; il concerto si “sarebbe” dovuto concludere con Amaremandorle, il brano di Marco Ricci che dà il titolo all'album, ma...

Ma il pubblico non ha lasciato che i quattro musicisti si nascondessero dietro le quinte, richiamandoli sul palcoscenico a gran voce e ritmando gli applausi. La coda del concerto ha offerto, oltre alla riproposizione di uno dei brani in scaletta, una vera chicca, la Ninna nanna di Bartoli, con la quale i musicisti hanno congedato il pubblico.