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Francesco Cusa - Official Website - Press

Recensione di Gianni Montano del mio ultimo cd FC & THE ASSASSINS "Black Poker" - il:2019-10-28

http://www.jazzitalia.net/recensioni/blackpower.asp#.XbY-vC-h3EY

Francesco Cusa, a quattro anni di distanza da "Love", pubblica un nuovo album con The Assassins. Questa volta, però, al sax tenore compare Giovanni Benvenuti al posto di Cristiano Arcelli e in più si aggiunge il "Florence art quartet" sotto la direzione di Duccio Bertini a completare l'ensemble. Non è mai agevole integrare un quartetto d'archi con un gruppo jazz con lo stesso numero di componenti, ma Cusa supera brillantemente la prova, riuscendo a valorizzare l'apporto dei musicisti classici accanto al contributo dei competenti "assassini" al suo servizio. L'interazione fra i due blocchi si materializza in diverse modalità, con pari efficacia. Ci sono parti riservate ai soli archi, in particolare nei due brani a firma di Duccio Bertini, in cui semplicemente gli altri strumenti tacciono. In determinati frangenti si verifica, invece, un dialogo contrappuntistico fra tromba o sassofono e violini, viola e violoncello. In certi casi il tema e le elaborazioni delle arie vengono portate avanti da Benvenuti e Zanuttini e gli archi si limitano a colorare gli sfondi con pennellate confacenti. In differenti situazioni, ancora, si alternano le sezioni con sequenze separate, fino a incontrarsi e a procedere tutti insieme appassionatamente. Pure il quartetto jazz si scompone, all'occorrenza, in duetti o in trii per brevi tratti del tragitto. Insomma le combinazioni possibili sono parecchie e il leader non è certo il tipo di appiattirsi su una unica soluzione. Non staremmo parlando della band di Francesco Cusa, altrimenti….

La musica che si ascolta è contraddistinta da motivi piuttosto semplici che si fanno strada e si impongono, su cui, poi, si accavallano nuovi spunti e stimoli che trascinano l'ottetto altrove, con parentesi free tumultuose, momenti, per contrasto, quasi lirici e assoli di sassofono e tromba marcati da una sintassi piuttosto libera permeata da note raddoppiate, sovracuti, incrocio o scontro di suoni non proprio ortodossi. Dopo una circumnavigazione piuttosto ampia si ritorna, alla fine, al punto di partenza per mezzo di calibrate giravolte musicali.

Va dato atto, innanzitutto, all'istrionico artista catanese di saper scegliere con acume i suoi compagni di avventura. Benvenuti, al tenore, è un perfetto contraltare di Zanuttini e non fa rimpiangere, cioè, il pur valente Arcelli. Il resto della formazione espande adeguatamente le indicazioni, i suggerimenti approntati dal batterista siciliano e fila in modo risoluto verso le rotte zigzaganti immaginate a monte.

Non ci resta, in conclusione, che citare l'eclettico scrittore Riccardo Pazzaglia in versione "Quelli della notte". Se il quartetto protagonista dell'incisione è di questo livello:"Siamo tutti assassini.-Nous sommes tous des assassins...Come diceva Jean Gabin!-

Gianni Montano per Jazzitalia

Una recensione di Vincenzo Fugaldi su due miei concerti al festival Roccella Jonica. JAZZITALIA - il:2019-10-21

http://www.jazzitalia.net/iocero/roccella19.asp?fbclid=IwAR2VRDAGrD-W2wPwbKyAxBCEv0OfiJjKvI3f1HKa4586_ESRS5nioupoxnM#.Xazqti9aauV

Una recensione di Vincenzo Fugaldi su due miei concerti al festival Roccella Jonica. “Da citare a parte il nuovo trio di Claudio Cojaniz, pianista che risiede per una parte dell'anno a Roccella, che ha chiamato dal Friuli il fido conterraneo Alessandro Turchet al contrabbasso e dalla Sicilia il batterista Francesco Cusa. Al trio si è affiancata la voce recitante di Domenico Campolo, che introduceva i brani declamando con enfasi testi poetici in italiano, calabrese e greco. I brani originali, nella quasi totalità di recente composizione, tutti profondi e poetici, sono stati eseguiti con una classe senza pari, con il pianoforte e il contrabbasso che si integravano alla perfezione, mentre Cusa interagiva da par suo con la consueta creatività, con ritmi mai banali e colori ottenuti mediante l'utilizzo di oggettini di ogni genere. Tra influenze provenienti dalle origini balcaniche, da un Africa vissuta in prima persona, e soprattutto dal blues, linguaggio che Cojaniz padroneggia come pochi, e dall'amato Thelonious Monk, il concerto si è concluso tra meritatissimi applausi”.

Recensione di "Wet Cats" a cura di Federico Fini. - il:2019-10-07

https://www.chiediame.com/home/10-jazz-album-wet-cats-gianni-lenoci-francesco-cusa?fbclid=IwAR2Bt4-4e-pbO9qDW1hUILzeUofD7xTC8CZssFsaDUcXChOG7A8zRM28O2w

Wet Cats - Gianni Lenoci, Francesco Cusa
Una di queste sere, una di quelle dove tiro tardi dopo una giornata di lavoro, scorro distrattamente la newsfeed di Facebook, quando leggo un post di Giovanni Benvenuti (ottimo e giovane sax tenore e soprano). "Ho appena saputo che Gianni Lenoci, non solo uno dei musicisti più profondi coi quali ho avuto il privilegio di suonare e registrare ma anche una persona meravigliosa e di rara gentilezza, non ce l'ha fatta. Ci lascia un pianista straordinario e dalla personalità unica." Da lì in poi sulla newsfeed piovono una quantità di testimonianze e memorie comuni. Data 30 settembre 2019. Vado su Wiki per farmi un'idea, nonostante avessi Gianni Lenoci tra gli amici di Facebook. Leggo. Musicista classe '63 con fior di collaborazioni, tra cui Rava, Grossman, ha studiato con Mal Waldron e Paul Bley, etc. "Forse mi sono perso qualcosa" penso.
Sento al telefono Francesco Cusa (batterista jazz, compositore, sperimentatore, musicista, scrittore, critico cinematografico di rara sensibilità in ognuna delle discipline in cui si applica). Gianni e lui hanno suonato spesso insieme. Nell'intervista che Musica Jazz gli ha dedicato a settembre Francesco aveva parlato dei suoi due gruppi (FCTrio, ovvero Gianni Lenoci, Ferdinando Romano e Giovanni Benvenuti, e FC & the Assassins, composto da Valerio Sturba, Giovanni Benvenuti e Ferdinando Romano) affermando che per lui è molto importante vivere i suoi progetti (e le sue discrasie) con persone fidate e amici veri. C'era affetto, stima profonda, un sentire comune tra i due. Gli faccio qualche domanda. Francesco accelera l'eloquio per coprire lo sconquasso dei sentimenti, quasi non avesse ancora messo a fuoco. Mi domanda se ho ascoltato qualcosa di Gianni. La mia ignoranza mi protegge come al solito. Consiglia Wet Cats.
Prima di ascoltare cerco qualche recensione. Su Musica Jazz trattano la materia con rispetto, ma senza entusiasmo. Su All About Jazz si parla de "l'incanto di musica complessa, ma tutt'altro che difficile". Ho ancora qualche curiosità. Mando qualche messaggio a Francesco per capire meglio. Lui mi chiama. Wet Cats è un'unica suite di 51 minuti e mezzo, registrata a Monopoli nel 2015. Il titolo lo ha coniato Gianni Lenoci. Nessuna preparazione prima di incidere. Nessun obiettivo. Si tratta di composizione istantanea. "Dopo che vi siete detti?" gli chiedo. "Siamo andati a mangiare una pizza e abbiamo cazzeggiato." Restiamo un attimo in silenzio. Ho imparato che il silenzio serve a disseppellire. "Dovevamo fare un progetto suonando standard.." Aggiunge. "A ricordarlo ora mi viene una rabbia.. Ma come fai a pensare che ti lasci con un ciao e poi non ti rivedi più..." Riattacca a parlare veloce. Mi dice che si è reso conto per caso che Wet Cats è del 2015. Pensava di averlo registrato lo scorso anno, scherzi del cervello. Poi mi parla di Marco Guzzi, un poeta e filosofo che ha messo Nietzsche al centro della sua opera e del proprio pensiero. "Si somigliavano lui e Gianni.. Sia come carattere che fisicamente.." Riattacco. Mi metto a guardare 2 ore di lezione di Marco Guzzi Su Cristo e Anticristo in Nietzsche. Formidabile, limpido, cristallino. Afferma che l'archetipo, per quanto desideri abbatterlo, comunque ingaggia con chi lo affronti un tale duello che, pur abbattuto diviene parte di te. Si odia e si ama solo quanto è importante, il resto inevitabilmente lo si perde.
Wet Cats. tutto è iniziato da lì. Anzi, no, è cominciato su Facebook, con la morte di Gianni Lenoci e con la mia proverbiale ignoranza. Poi ci si è infilato Nietzsche e le moto Guzzi, associazione di idee che avevo usato al telefono per trattenere a mente il nome del poeta e filosofo a me sconosciuto. Gatti bagnati. I gatti detestano l'acqua, eppure ne sono attratti. Il mio gatto Berlinguer , ad esempio, lo trovo sovente nel lavandino che prova a lappare un filo liquido colante dal rubinetto. Apro Spotify, La piattaforma online riporta come data del progetto il 2017. Forse aveva ragione Francesco, forse non era stato uno scherzo della mente a fargli pensare che la registrazione fosse recente. 51'36''. Il tempo resta a scandire l'effimero. L'unità di misura più vana presa a misura del reale. Bisogna essere pazzi, davvero pazzi.
Inizio l'ascolto. Conosco lo stile di Francesco Cusa. Mi aspetto il suo modo di suonare ricco di divagazioni, strumenti estemporanei, percussioni di passaggio, ma Francesco comincia la suite con un preciso, cristallino lavorio sui piatti. E' il modo che ha scelto per dialogare con le note alte di Lenoci. Non una giustapposizione di suoni, ma il preciso scalpellio dell'artista per estrarre bellezza. Il pianoforte adesso diviene ritmico, inquietante. Francesco è duale. Ha un proprio percorso, una propria idea ma abbraccia anche quella dell'altro. E' come se sentissi la guida monade di Lenoci e il dualismo di Cusa. Reiterano delle idee, trattengono palla in attesa che l'uno o l'altro si smarchi. Avviene sempre. A volte come un tracciante giunge il passaggio, altre è un semplice farsi da parte perché il compagno prenda la guida del fraseggio. Altre volte ancora suonano all'unisono la stessa sensibilità, ma frasi diverse, raccordandosi a istinto, lasciando dialogare culture simili.
Mi torna in mente una frase di Francesco: "Gianni aveva una cultura musicale pazzesca. Catalogava, conosceva, ascoltava ... Forse solo Stefano Zenni arriva al suo livello.." La mia ignoranza mi protegge sempre. Non lascia che riconosca le influenze, consentendomi di "sentire" solo la musica, senza che l'emozione possa essere mediata da lucida analisi. La definirei la fortuna dell'analfabeta che voglia leggere Tolstoj. Rammento la cena a seguito della presentazione del mio romanzo Chiedi a Coltrane. Ero con Francesco Cusa, Stefano Zenni, Alessandro Panatteri, altro fine musicista che dirige la Alexander's Ragtime Band e l'amico scrittore Paolo Vanacore. Tornai a casa pensando sinceramente che nemmeno se mi fossi reincarnato dieci volte avrei potuto trattenere quella sapienza. Molti hanno condiviso post su Lenoci nei giorni a seguire, componendo sostanzialmente un coro che ha intonato l'ammissione dei peccati. Il più grande? Non averlo compreso fino in fondo. Si dice sempre così.
Intorno al ventesimo minuto della suite Francesco e Gianni si trasferiscono dall'inconscio alle stanze contigue della lieve nostalgia, quasi il riaffiorare a quota periscopica delle loro sensibilità. Avverto il tempo che scorre, memorie care. Le memorie dei vivi che immaginano di perdere tutto, persino la vita stessa, un annientamento impossibile da esprimere a parole, qualcosa che solo la musica o la pittura possono, abitando più della narrazione le stanze dell'inconscio. Alla letteratura mancano, invece, i vocaboli, le sillabe sono mattoni mai liberi di costruire le infinite combinazioni, non possono avventurarsi verso la ricerca dell'ignoto che puntualmente riprende già dal venticinquesimo minuto.
Ripenso alla telefonata. Francesco aveva indugiato prima di dirmi: "Sai è stata una roba tipo, Hey man andiamo a suonare! Abbiamo cercato il bello che potevamo e poi l'abbiamo lasciato lì, nel senso che ognuno ci vede quello che vuole.." Intorno al trentunesimo minuto la musica si spegne. Restano dei suoni metallici a scandire qualcosa di ancestrale, poche note di Lenoci. Probabilmente occorre sempre passare dall'infanzia per capirci qualcosa o dal rumore del mare. L'ascolto adesso è persino di chi suona. Poche pochissime note, alcune gravi e l'eco come di un tuono lontano. E' la fine o l'inizio che vengono resi tangibili. La musica è un tutto che non ha bisogno di scandire le singole parti. non ha né capo, né coda, come la vita e la morte che sono una.
Al trentacinquesimo minuto Lenoci e Cusa tornano al presente. Narrano di emozioni quotidiane. E' un passaggio molto bello, godibile, emotivo che consente di abbracciare la parte più semplice e immediata delle nostre sensibilità. A volte mi distraggo, penso ad altro mentre ascolto. L'operazione di Lenoci sembrava essere andata bene, poi non ho capito cosa non ha quadrato. Ho sempre immaginato i jazzisti come i personaggi descritti dall'iconografia americana, schiavi degli eccessi. Gli individui che conosco sono tutti dei salutisti, gentili molto più dei vecchi che fanno la spesa il sabato alla Coop. Niente che lasciasse presagire il peggio. Niente. La morte è un fulmine. A volte vorrei essere il mio gatto Berlinguer. Lui non sa che deve perire. Teme il pericolo, non si getterebbe mai dal quarto piano, però non sa che i suoi giorni avranno fine. Forse proprio per questo i gatti non sono musicisti.
Giunto al quarantaseiesimo minuto mi perdo in un furioso percorrere di scale acute. Francesco lascia che Lenoci si arrampichi come vuole. Lo sorveglia paterno dal basso, gli protegge le spalle come Butch Cassidy a Billy the Kid nel film di Roy Hill. Lo sanno che è un gioco a perdere, che finirà male e l'esercito messicano avrà la meglio, ma chi se ne frega? E' questa la forza del tutto, dell'incessante fluire. Poi un suono dolce, più calmo, spegne l'ansia nella quiete, come l'acqua il fuoco. Si annida nelle sonagliere di Cusa, nel gioco sottile dei piatti cristallini. Il rullante offre gli ultimi strappi e con esso il piano percosso. Odo il suono lontano di una voce, forse una segreteria, una radio malfunzionante. Mi ricorda l'epilogo di un film di Jaco Van Dormael, "Toto Le héros", dove il protagonista, percorrendo la sua vita, sbagliata o giusta che fosse, giunge alla sua stessa dipartita e l'ultima frase che pronuncia è: "Tutto qui?"
L'archetipo alla fine o lo si accetta o lo si respinge, come afferma Marco Guzzi, Si giunge al Cristo o all'Anticristo di Nietzsche, ma il jazz risiede ancora più in alto di ciò, perché è uno, è sentire, è tutto, come la vita e come la morte, è arte. Credo, dunque, in Wet Cats, credo in un'unica suite, in un unico viaggio. Sì, credo nello splendore del "tutto qui" interamente reso da Francesco Cusa e Gianni Lenoci e credo nella mia inesauribile ignoranza che non potendo descrivere Wet Cats ha avuto almeno la furbizia di provare a renderlo adattando l'arte del recensire alla composizione istantanea, al flusso di coscienza. Il mio è un maldestro, onesto tentativo del quale chiedo perdono di offrire omaggio, ma quello inciso dai due musicisti è bellezza che resta offerta per sempre alla nostra sensibilità e interpretazione e ognuno può sentirci ciò che vuole, ciò che è.
Clicca qui per ascoltare Wet Cats di Gianni Lenoci e Francesco Cusa.

La recensione di Vincenzo Fugaldi del mio concerto con "Solomovie" al festival "Oltremente" diretto dal nobile Alessandro Nobile. - il:2019-10-07

http://www.jazzitalia.net/iocero/Oltremente2019.asp?fbclid=IwAR23dfBjOrD-lLqzdX7xDZ5-WKmm7Ajl9noM0GftewC5LkzoL32ZR_IgY9g#.XZprJy1aZn4

"Sherlock Jr. è un film del 1924 diretto e interpretato da Buster Keaton. Una ventina d'anni fa Francesco Cusa, dietro commissione, ha progettato una colonna sonora da eseguire dal vivo a commento della proiezione della pellicola. "Solomovie" è frutto della passione per il cinema del creativo ed eclettico musicista siciliano (che è anche valido scrittore). Durante i circa cinquanta minuti della proiezione del film, Cusa usa un file pre registrato con musiche di diversi generi, montate appositamente a commento delle varie sequenze, e interviene con il suo set di batteria arricchito da oggettini di ogni sorta, per dare colore e sottolineare la narrazione cinematografica. Un lavoro che ha avuto centinaia di repliche, e risulta sempre valido e godibile, perché davvero ben concepito ed eseguito".

Recensione FC & THE ASSASSINS "Black Poker" -Musica Jazz a cura di Libero Farné.(sett 2019) - il:2019-09-23

Recensione FC & THE ASSASSINS "Black Poker" -Musica Jazz a cura di Libero Farné.

Intervista a Francesco Cusa per Musica Jazz, a cura di Alceste Ayroldi - il:2019-09-23

Intervista a Francesco Cusa per Musica Jazz, a cura di Alceste Ayroldi

FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS MEETS DUCCIO BERTINI.A cura di Nicola Barin per Sound Contest. - il:2019-09-10

FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS MEETS DUCCIO BERTINI
Black Poker
Clean Feed, 2019

Black Poker
«Se comporre significa trovare un’idea e giraci più volte attorno in compagnia di se stessi, come diceva Erik Satie, allora il compositore di oggi deve moltiplicare esponenzialmente il numero dei giri per le possibilità che ci vengono offerte dalla tecnologia.»
Carlo Boccadoro



Francesco Cusa è sempre stato un enfant terrible nel mondo del jazz. Lo si potrebbe definire un agitatore culturale che non si occupa solo di musica, ma anche di letteratura, filosofia e arte. Nei suoi progetti ritroviamo tutto ciò.
“Black Poker” è sicuramente un progetto particolare nel quale il batterista catanese tenta di tessere trame inedite tra il suo gruppo, The Assasins, e il Florence Art Quartet, un quartetto d’archi di stampo classico. Alla guida troviamo Duccio Bertini, compositore e direttore d’orchestra, che qui troviamo in qualità di arrangiatore delle composizioni scritte da Cusa.
L’incontro è travolgente, il connubio tra le due formazioni funziona perfettamente. Il Florence Quartet si muove con disinvoltura tra il Novecento, partendo da Schönberg per arrivare a Penderecki e Ligeti. Gli archi non abbelliscono la melodia jazz (siamo lontani da Charlie Parker with strings), i due ensemble si integrano, dialogano, creano connessioni inedite. L’intento del progetto pare la costruzione di un “corpo senza organi”, citando il filosofo Gilles Deleuze “[…] Disfare l’organismo non ha mai voluto dire uccidersi ma aprire il corpo a connessioni che suppongono tutto un concatenamento, circuiti, congiunzioni, suddivisioni, e soglie, passaggi e distribuzioni d’intensità, territori, e deterritorializzazioni…”

Spades/Picche trova il giusto equilibrio tra archi e improvvisazione con un fantastico Cusa che si rende godibile fin da subito per poi sviluppare un drumming più ricercato, afasico, che dialoga con il sassofono di Giovanni Benvenuti e la creatività di Giulio Stermieri al piano.
In The Act of Killing Music (The King) il chorus è perfettamente costruito e magnificamente accattivante, sa integrare gli archi con un beat semplice ed efficace; la successiva improvvisazione collettiva si chiude con una melanconia di fondo non indifferente.
In Clubs/Fiori la tromba di Flavio Zanuttini si fa apprezzare lasciando man mano spazio al piano che continua un’improvvisazione forsennata sostenuta dalla batteria di Cusa che satura l’ambiente.
Diamonds/Quadri si apre con un fast tempo che improvvisamente muta per offrire la possibilità agli archi di tessere una ariosa melodia.
Elegia è un brano minimale, le piccole cellule melodiche vengono ripetute, si sovrappongono, Bertini alla tastiera contribuisce alla timbrica.
Un progetto dinamico, importante che permette di dare nuova linfa ai brani di Cusa: uno scontro infinito, la volontà di “…fare rizoma e non mettere radici”, per citare ancora Deleuze, per una musica molteplice, eterogenea, che sa proliferare senza avere una struttura gerarchica ma reticolare, diffusiva, che non mette radici: “[…] seguendo l’intuito del pokerista, sempre in bilico tra azzardo e parsimonia”, come ricorda Cusa nelle note di copertina dell’album.


Musicisti:
Francesco Cusa, batteria
Giulio Stermieri, pianoforte, organo Hammond
Flavio Zanuttini, tromba, elettronica
Giovanni Benvenuti, sassofono tenore
Florence Art Quartet:
Daniele Iannaccone, violino
Lorenzo Borneo, violino
Agostino Mattioni, viola
Cristiano Sacchi, violoncello
Duccio Bertini, tastiere in “Elegia”

Brani:
01. Spades/Picche
02. The Act Of Killing Music (The King)
03. Clubs/Fiori
04. Dr. Akagi (The Queen)
05. Interludio
06. Diamonds/Quadri
07. Kirtimukha (Hearts/Cuori)
08. Elegia

Link:
Clean Feed Records

Articolo su "La Sicilia" per la rassegna da me diretta: "Stralunata". - il:2019-08-29

Articolo su "La Sicilia" per la rassegna da me diretta: "Stralunata".

Recensione del concerto di FCTrio alla Valle dei Templi. Il Giornale della Musica: Nazim Comunale - il:2019-08-28

https://www.giornaledellamusica.it/recensioni/musiche-oblique-nella-valle-dei-templi?fbclid=IwAR3juVfnTRORkmw-7j4cml_DbuymiUIlOeA8O8MtuBBPiRDbBD44NULmPcE#.XWY_cW7kRw4.facebook

Musiche oblique nella Valle dei Templi
Doppio set da ricordare all'Arcosoli Jazz Festival, con l'FCT Trio di Francesco Cusa e la chitarra sarda di Paolo Angeli

Nazim Comunale
RECENSIONE JAZZ
28 AGOSTO 2019

Fuochi d'artificio per la terza e ultima serata dell'Arcosoli Jazz Festival, rassegna giunta all'ottava edizione e che ha luogo nel magnifico scenario della Valle dei Templi di Agrigento.

Inizia l'FCT Trio, con Francesco Cusa (batteria e composizioni), Giovanni Benvenuti (sax tenore) e Ferdinando Romano (contrabbasso). Swing non euclideo, corse a perdifiato in labirinti ornettiani, cubi di Rubik, un omaggio alla memoria privo di qualsiasi attitudine calligrafica; un perfetto esperimento di falsi standard capace di produrre una musica camaleontica, fluida, rigorosa e ipnotica. Il baricentro pare spostarsi continuamente in avanti o di lato, quando l'orecchio crede di averlo colto.

Cusa tiene le redini, lievissimo e cruciale, contrabbasso e sax si muovono su linee e figure oblique e minimali. Gli sbalzi continui e gli agguati al prevedibile possono ricordare il fare ipercinetico di certe partiture zorniane, temperato però in questo caso da una vena piú meditabonda, quasi filosofica. Tra sogni dove si incontrano Don Cherry e Marylin Manson, complotti contro le buone maniere jazz, minuscole voragini e sottili vertigini; il set vola via in un batter d'occhio, plastica dimostrazione dell'antica sapienza artigiana di musicisti che abitano strambe terre di mezzo tra classicità e avanguardia, tra spartito e improvvisazione: i pezzi riservano continui colpi di scena ma mantengono una pulsazione celeste e puntualissima, restando sempre nitidi, asciutti, senza un filo di superfluo addosso, eleganti nel non cadere mai nelle trappole della didascalia. Un trio eccellente, da esportazione.

A seguire Paolo Angeli con la sua chitarra sarda preparata, a presentare l'ultimo lavoro, 22.22 Free Radiohead. Lo strumento-orchestra, col suo arsenale di corde supplementari, martelletti collegati a cavi di bicicletta e suonati coi piedi, eliche azionate da motorini di walkman, é un oggetto-mondo in grado di spalancare universi. Timbricamente ricchissima e inimitabile, questa iperchitarra puó suonare come una kora, un violoncello, sprigionare bagliori noise, farsi basso o percussione. I temi art-pop della band di Thom Yorke fungono da testo e pretesto da cui prendere spunto per improvvisazioni, esplorazioni, navigazioni in un oceano di suono dal quale affiorano detriti e memorie di ogni tipo: folk di mondi reali e paralleli, echi di canti popolari sardi, rumore ispido e delicatissimo, flamenco cubista, venti arabi che fanno sbattere le finestre.

L'approccio di Angeli non é quello del mero interprete, una febbre creativa gli muove testa, cuore e mani, rendendolo artefice di una musica che risale le correnti di molti fiumi per raggiungere la sorgente da cui probabilmente tutto cominciò: il Suono. Tra l'arcaico e il progressivo nel senso piú ampio del termine, il chitarrista gallurese è, oltre che artista sensibile, ascoltatore curioso e attento e dagli orizzonti vasti e questa apertura totale risuona lungo tutto il concerto. Col tempio di Giunone ad incombere benevolo alle spalle, Angeli da solo suona come tutte le lingue della Torre di Babele: i Sonic Youth persi nel suq di Marrakech, un canto a chitarra della tradizione sarda tramutato in un canone à la Björk, ombre di Leo Brouwer, i graffi lirici della chitarra parlante come ci ha insegnato Fred Frith e chissà quanto altro.

Tutto si tiene in questo Mediterraneo globale, reale e metaforico, tradotto in una musica da brividi, che giustamente gira il mondo.

Un plauso sincero ai protagonisti del doppio set (entrambi cresciuti nella fucina creativa della Bologna degli anni Novanta) e a Sandro Sciarratta, contrabbassista, agitatore culturale e direttore artistico di una manifestazione a cui auguriamo lunga vita.

Recensione di Francesco Cusa & The Assassins Meets Duccio Bertini - Black Poker per "Jazz Convention", a cura di Fulvio Caprera. - il:2019-07-16

http://www.jazzconvention.net/index.php?option=com_content&view=article&id=4036:francesco-cusa-a-the-assassins-meets-duccio-bertini-black-poker&catid=2:recensioni&Itemid=11

Francesco Cusa & The Assassins Meets Duccio Bertini - Black Poker

Cleen Feed - 2018


Francesco Cusa: batteria
Giulio Stermieri: pianoforte, organo Hammond
Flavio Zanuttini: tromba, elettronica
Giovanni Benvenuti: sax tenore
Florence Art Quartet
Daniele Iannaccone: violino
Lorenzo Borneo: violino
Agostino Mattioni: viola
Cristiano Sacchi: violoncello
Duccio Bertini: tastiere in Elegia

Black Poker è un disco particolare che possiede una struttura anomala ma riuscita: da una parte c'è un classico quartetto jazz con hammond e senza contrabbasso; dall'altra un quartetto d'archi - il Florence Arte Quartet - di estrazione cameristica. Tra queste binarie strutture strumentali s'inseriscono due musicisti diversi tra loro ma accomunanti dallo stesso senso di ricerca e rischio: il batterista Francesco Cusa e il sassofonista e direttore d'orchestra Duccio Bertini. Quest'ultimo ha anche firmato due brani, Interludio ed Elegia, e arrangiato tutte le composizioni del disco. La musica di Black Poker contiene un chè di misterioso: l'atmosfera del disco ha un taglio fatalista e nello stesso tempo oscuro. Sembra che qualcuno stia li a giocare con il destino degli uomini, quasi come in un film di Roger Corman. A tratti, con le dovute distanze, sembra che richiami alcuni fantasmi tenebrosi e oscuri sceneggiati in Tales of Mystery and Imagination degli Alan Parsons Project. Ma al di là delle impressioni che possono sembrare astratte c'è un disco concreto dove il quartetto d'archi si muove non a supporto ma come protagonista dialogante dell'anima jazz. The Assassins hanno un timbro ben preciso, incalzante, che colpisce subito con l'attacco di Spades/Picche. A questo s'aggrega il violino, tagliente nella sua leggiadra e poetica narrazione. Il resto lo fanno le seconde linee d'archi prima di concedersi con costrutto all'elettronica. Ancora gli archi protagonisti delle aperture di The Act Of Killing Music e Clubs/Fiori. In entrambi i brani introducono il tema, si alternano con il quartetto jazz, cambiano direzione e colori per poi rientrare nel costrutto narrativo. Diverso è Dr. Akagi, dove l'attacco di tromba e sax danno uno sviluppo free bop al pezzo valorizzato anche dagli impasti sonori pensati da Bertini, che in seguito concede in esclusiva la scena al quartetto d'archi in Interludio. Diamonds riparte con i fiati, in avanguardia, seguendo una linea temporale da sequenza filmica. Il pianoforte ricalca il tema spalleggiato da una tromba apparentemente lontana ed esile nel suono. In Kirtimukha il combo inizia velocissimo per poi dare spazio al monologo di sax che viene smorzato dall'abbraccio degli archi. Il sipario di Black Poker si chiude con le liriche di Elegia, una giusta fine per un'opera totale e d'avanguardia. Gli archi disegnano in autonomia lo scenario conclusivo di un disco affascinante e di moderna connotazione.