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Francesco Cusa - Official Website - Press

La mia intervista per “Affari Italiani” sul mio romanzo “Vic”. - il:2021-12-04

Francesco Cusa presenta il romanzo “Vic”. L’intervista
https://www.fattitaliani.it/2021/12/francesco-cusa-presenta-il-romanzo-vic.html?m=1&fbclid=IwAR2-V8dBz-AwVxGWPOhDj1-Dp9OJN7lnh86-IftiHr5TuCuKceQKJnN-OxA

Francesco Cusa, batterista, compositore, scrittore. Ha collaborato con artisti provenienti da varie parti d’Italia e il suo percorso artistico lo ha portato a suonare, negli anni, in Europa, America, Asia e Africa. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologia e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate.
“VIC” è il suo nuovo romanzo pubblicato da Algra Editore, con la prefazione di Massimo Cracco e la postfazione di Giuseppe Paolo Carbone.

Ecco cosa ci ha raccontato. Buona lettura!

Ciao Francesco, benvenuto. Raccontaci un po’ di te. Quali sono le tappe più importanti del tuo percorso da musicista e scrittore?

Difficile riassumerle. Ci provo. Certamente, come musicista, una svolta è stata la mia decisione di trasferirmi da Catania a Bologna alla fine degli anni Ottanta, nella Bologna ancora pregna dell’humus della ricerca e intrisa di fermento. Erano gli anni della “Pantera”, delle lezioni al DAMS con Eco, Nanni, Celati, Clementi, Donatoni, gli anni della nascita di importanti collettivi artistici come quello di “Bassesfere”, di cui sono uno dei fondatori. Poi di certo gli studi di batteria, la fondazione di una label e di un collettivo come Improvvisatore Involontario, i concerti con Steve Lacy, Tim Berne, Kenny Wheeler, i tour per ogni dove, la creazione dei miei progetti da leader come “66sixs”, “Skrunch”, “The Assassins”, “Naked Musicians”, l’insegnamento in conservatorio… Come scrittore, beh ho sempre scritto, anche se sono più conosciuto come musicista. Da una decina d’anni ho deciso di pubblicare i miei scritti che spaziano dalla saggistica, alla poesia, al racconto e al romanzo. A spingermi sono stati molti amici e conoscenti. Se ho un rimpianto, forse, è quello di non aver cominciato prima.

Da dove è nata l’ispirazione che ti ha spinto a scrivere "VIC", il tuo nuovo romanzo?

I personaggi di solito mi si presentano e impongono la loro necessità ad esistere, ad essere partoriti. Vic è un ragazzo-uomo maturo-anziano che vive la sua schizofrenica vita di scrittore in un luogo immaginario del Sud dell’Italia: Cotrone. È un personaggio che rappresenta il trauma irriducibile, il caso clinico principe oggetto delle ricerche dei freudiani. Fortunatamente lui se ne sbatte di tali indagini, giacché egli rappresenta il cortocircuito di ogni narrazione clinica volta all’individuazione del caso topico, del “problema” su cui orchestrare la riuscita di un progetto teorico. In questo senso Vic nasce per ridonare all’Occidente l’aura mitica della legge di natura, ciò che prevale rispetto alla legge morale; in buona sostanza per restituire l’uomo alla sua sacralità. È giunto per consentirmi di esplorare alcuni aspetti oscuri della mia coscienza.


Cosa vorresti che il lettore riuscisse a comprendere leggendo il tuo libro?
Come sempre nelle mie opere, sia letterarie che musicali, cerco di muovere le coscienze verso aspetti primari del fondamento dell’essere. Che un romanzo nel 2021 posta destare ancora fastidio, disturbo, perturbamento, trovo sia paradossalmente sano, nella società della prestazione, che produce per converso legioni di depressi, di assuefatti che vegetano ai margini di una protesta che non può più esprimersi in un limbo di soggettività deprivate di immaginario e visionarietà. In questo senso Vic è un personaggio negativo che si oppone alla positività priva di limiti (e perciò logorante) della normalizzazione, l’ultimo baluardo identitario contro l’omologazione.

Recentemente è uscito per Robin Edizioni, “Il mondo chiuso” una raccolta di poesie. Cosa puoi dirci a riguardo?

La poesia è un’altra via espressiva, forse la più vicina alla dimensione del Sacro. “Il Mondo Chiuso” è la mia quarta raccolta poetica e fa parte di alcuni cicli della mia vita. Ogni testo racconta, forse sarebbe meglio dire canta, del mio sentire nel mondo. La dimensione poetica rappresenta per me la rottura dei codici semantici, una vera e propria immersione nel greto del fiume, dove ogni parola scivola e fluisce per perdersi nell’oceano dell’ultraterreno. “Il Mondo Chiuso” chiude, appunto, una fase e ne apre un’altra che è già parte della mia nuova raccolta di poesie: “Il Giusto Premio”.

Sei scrittore di racconti, romanzi e poesie. Tra i libri che hai scritto qual è il tuo preferito e perché?

Forse la mia prima raccolta di racconti, “Novelle Crudeli”, per ragioni legate all’emozione del mio primo libro. Per il resto è difficile scegliere, come chiedere a una madre quale figlio preferisce. Di certo mi sento di consigliare “Vic” e il saggio “Il Surrealismo della Pianta Grassa”.

Hai nuovi progetti in vista? Stai scrivendo un nuovo libro? Stai producendo un nuovo album?

Non conosco crisi creativa! Ho appunto quasi terminato la mia quinta raccolta poetica “Il Giusto Premio”, un nuovo romanzo - “2056” - di natura distopica e fantascientifica, una raccolta di sonetti dal titolo “Rime Sboccate”, un altro saggio dal titolo “L’Orlo Sbavato della Perfezione”. Per ciò che concerne l’ambito musicale, sarà in uscita per Leo Records il cd in quartetto con Tonino Miano, Brian Groder, Riccardo Grosso e il sottoscritto, e dovrò andare a breve in studio per registrare il mio nuovo cd in trio, sempre con Tonino Miano e Riccardo Grosso, e con il mio quartetto “The Assassins”, per un lavoro di riarrangiamento delle sigle dei cartoni animati anni Ottanta, cui tengo molto.

Recensione di "Vic" a cura di Massimo Fazio, per "Sicily Mag" - il:2021-11-26

https://www.sicilymag.it/francescocusa-e-il-non-senso-della-vita-di-vic-tra-realta-e-allucinazione.htm?fbclid=IwAR08vUO6-TT99m7tmIgXSPM44PHFEYQPYUEtlX_uyG-vVzf4Cj0EJco7hnc

Francesco Cusa e il “non senso” della vita di “Vic”, tra realtà e allucinazione
Salvatore Massimo Fazio 26 Novembre 2021 16:56
LIBRI E FUMETTI La notevole produzione letteraria del musicista e docente catanese di musica, raccoglie riconoscimenti ed encomi grazie ad una semina architettata e diversa da tutto. "Vic", edito da Algra, è una riflessione sul vivere, sul suo non senso che si scompone e si dilata in una impalpabile nebbia. E' anche un'impertinente e spregiudicata accusa al mondo, alle sue ripetitive cadenze, alle sue commedie familistiche

Negli ultimi tre anni il batterista catanese Francesco Cusa – non solo musicista ma anche compositore, poeta, scrittore, e da un mese titolare di cattedra al conservatorio “Francesco Cilea” di Reggio Calabria -, dopo una carriera da ma musicista tout-court -, trascorsa suonando in più formazioni jazz, con nomi altisonanti della scena mondiale che si livellano alla sua maestria, carriera che lo ha visto fondare il collettivo Improvvisatore involontario e insegnare e sfornare talentosi giovani batteristi -, da qualche anno sta producendo tantissimo in scrittura. Una scrittura che poco alla volta lo ha portato sulle vette di premi di risonanza non indifferenti, con alcuni colpi di scena realizzatisi la scorsa estate. A Etnabook, festival internazionale del libro e della cultura di Catania, Cusa nelle vesti di poeta si è aggiudicato ben 3 posizioni – la prima, la seconda e la quinta – nella #top5 della sezione Poesia. Due sono le uscite editoriali degli ultimi 3 mesi, di queste vi raccontiamo “Vic” (pp. 170, € 14,00, Algra Editore, 2021), che annovera due prestigiose penne ospiti, Massimo Cracco che ha curato la prefazione, e Giuseppe Carbone che ha curato la postfazione.

“Vic” è un romanzo ambientato a Crotone, una cittadina ai margini, rimasta indietro, che gira a vuoto staccata dalla cosiddetta “modernità”. Francesco Cusa ne scandaglia le ombre e trova l’abbaglio di una luce che vuole essere universalizzata, che mette a nudo le esistenze dei crotonesi e la nostra stessa vita, vite di lottatori alla fine sempre sconfitti: in fondo, ma non troppo nel fondo, Vic è una riflessione sul vivere, sul suo non senso che si scompone e si dilata in una impalpabile nebbia; ma Vic è anche impertinente e spregiudicata accusa al mondo, alle sue ripetitive cadenze, alle sue commedie familistiche: in questo romanzo psichedelico, anche l’amore è declassato a noia, rassegnato adattamento. Ma chi è Vic? Vic è un aspirante scrittore che, dopo mille fallimentari tentativi, dopo esasperanti rifiuti del suo editore, finalmente trova una storia che lo convince, la storia della sua stessa vita: Vic è Vic che parla di sé, la strada imboccata da Francesco Cusa è quella di una ‘geniale circuitazione’ come si legge nella prefazione del libro.

Ma dunque cos’è la vita di Vic? E’ realtà e allucinazione: Vic vive con i genitori ma anche dopo la loro morte, quando non sono che spettri grotteschi e angosciosi, Vic si aggroviglia alle gambe di donne affascinanti, viziose o nevrotiche, irrimediabilmente ossessionato dai loro corpi, e poi ci sono gli amici di Vic, Gianni, Piccolo Priebke, Marcello, anche loro sono presenze in carne e ossa e poi visioni soprannaturali, quasi psicotiche.

La lingua di Francesco Cusa è ficcante, fluida è irriverente, pregna di lirismi e di bassezze, nella sua musicalità ha uno dei suoi indubitabili pregi, un punto di presa per le sregolatezze e le trasgressioni che veicola, una lingua che è impronta negativa del vivere, che ne svela la sconcia nudità: un vivere che pur affascinante nella sua scommessa, si ritrova svuotato di certezze e significati assoluti. Questo fa dell’autore un personaggio che si è affermato ormai a pieno titolo nel firmamento letterario, parallelizzando la sua attività culturale a quella artistica musicale, in maniera magistrale, arte in cui lo si riconosce deus ex machina di sperimentazioni riuscite che lo hanno tenuto per molto tempo in quel proverbio che tanto potrebbe infastidire, nemo propheta im pàtria, ma del quale Cusa sembra essersi disinteressato. Chi semina bene raccoglierà e lui ha già cominciato a farlo anche in “patria”.

La capacità di non arrendersi, non per imporsi nelle “mura” etnee, consapevole di saper scrivere e narrare molto bene, così come emozionare con la poesia, ormai è un avallo a un nuovo caso editoriale che non si ferma al librone come mezzo comunicativo, la sua pindarica esecuzione del pagina scritta, nel paradosso della locuzione latina prima citata, lo ha fatto sconfinare oltre i confini regionali. Una nota interessante è che Francesco Cusa non si è piegato a logiche di contratti e proposte editoriali che lo vincolassero per anni, rendendosi ciò che sempre si è autoproclamato: un uomo libero e spesso a questa libertà ha accostato il maestro yoga Eric Baret.



Libri e Fumetti 386 Algra editore 27 Francesco Cusa 9 Vic 1


"Vic", INTERVISTA PER ODYSSEO MAGAZINE - il:2021-11-22

https://www.odysseo.it/lestrema-psicosi-di-vic/?fbclid=IwAR0w3vlhtfjNkjqh92MZ7G_ICypxZQHUK1_cZuB3IiclTdby3MkrxrJWfVk

INTERVISTA PER ODYSSEO MAGAZINE

1. Ciao, Francesco. Qual è il labile confine che divide l'aspetto psicotico da quello sacrale di Vic?

La psicanalisi nasce, non a caso, a fine Ottocento, quando siamo ancora nella cosiddetta “società della repressione”, e su ciò fonda il principio terapeutico che eredita dalle società del passato la razionalizzazione del mito. Il Sacro è parte carsica del nostro tempo “scientifico”, permea le nostre vite, la vita di Vic, in maniera carsica, sotterranea. Vic è una sorta di osceno pontefice che opera fra le maglie del linguaggio.

2. Quanta influenza assume il genio di David Lynch nella tua scrittura?

Immagino molta, essendo un suo sfegatato fan. Lynch ha, appunto, il merito di aver dato rilevanza all’apparente irrazionalità dell’Oltremondo, descrivendo tramite il cinema l’irruzione delle creature pluridimensionali nel quotidiano di un remoto villaggio, e nella vita dei personaggi dei suoi film.

3. I luoghi periferici del tuo romanzo rischiano di mistificare realtà come all'interno dell'Overlook Hotel di Shining?

È probabile. Kubrick è un altro riferimento, senza alcun dubbio. Effettivamente, a cominciare dal luogo in cui si svolgono gli eventi del romanzo, Cotrone è un non-luogo, una specie di realtà morfologica alienata, un limbo posto fuori o sul limitare del Divenire in cui si muovono i protagonisti del romanzo (della mente di Vic, di quella dell’autore). È tutta una periferia di qualcosa, una palude metafisica in cui i morti paiono più vivi dei vivi.

4. La vita ha senso solo se vissuta in maniera "estrema"?

Dipende cosa si intende con la parola “estrema”. Tornando a Lynch, egli è una pacifica persona che pratica meditazione trascendentale, in apparente contrasto col flusso delle sue opere. Se per estremo intendiamo il termine ultimo sul piano spaziale e temporale, la mia risposta è: assolutamente sì. Compito di ogni artista è quello di scavare, con picconi, zappe, mani e unghia, di divorare l’esistente, di non lasciare spazio alla tergiversazione. Ogni artista compie gesti totalizzanti e assoluti. È una vocazione non un lavoro; sono lacrime di estrema gioia. Solo da queste lacrime possono sgorgare stille di senso.

5. Cosa rappresenta il disegno in copertina?

È un disegno di Pier Marco Turchetti, uno straordinario intellettuale e un fantastico artista. Lui racchiude la Sapienza come la si può intendere oggi, nell’era della parcellizzazione dei saperi. Siamo molto amici, e spesso lui è il supervisore delle mie opere in fase di stesura. Cosicché mi ha sottoposto dei suoi disegni e, immediatamente, ho trovato questa tavola perfetta per il romanzo. Il perché di tale aderenza è compito che riservo al lettore di constatare.

"Jazzitalia" Festival "Oltremente" (2021) - il:2021-11-20

http://www.jazzitalia.net/iocero/Oltremente2021.asp#.YZksyC1aaCQ

Ben distante dalla devastante logica dei cosiddetti "grandi eventi", il piccolo festival ibleo resiste anche in tempi duri come questi, proponendo tre serate all'insegna della qualità e della ricerca. Il tema conduttore quest'anno era il pianoforte, e prevedeva quattro distinte formazioni: un solo, un duo, un trio e un ensemble. Una pioggia inopportuna ha fatto cancellare il concerto previsto per sabato 11, quello del duo fra Mirko Signorile e Marco Messina, "Banaba".

I concerti per pianoforte solo di Livio Minafra fanno riferimento ai suoi dischi «La fiamma e il cristallo» e «La dolcezza del grido», rispettivamente del 2003 e del 2008, ma soprattutto al suo disco doppio del 2016, «Sole Luna». In questo ultimo Minafra (famiglia di noti musicisti, formazione classica, nutrita discografia a suo nome, collaborazioni prestigiose, docenze in diversi conservatori) ha concentrato alcuni dei suoi mondi musicali, a tratti drammatici ma spesso anche gioiosi e giocosi, come testimoniato dai pupazzetti che sparge sul pianoforte e sul palco. Nel suo concerto utilizza anche un piccolo xilofono giocattolo, una melodica, e soprattutto una loop station, con la quale duplica, replica e rinforza il suo messaggio artistico, arricchito a tratti dall'utilizzo del fischio e della voce, di oggetti comuni come sacchetti di plastica utilizzati a fini percussivi. Così si sono ascoltati, tra gli altri, Passi, la drammatica Sarajevo, la delicatissima e "liquida" "Cum grano Salis" dedicata al grande musicista sardo, in una performance vivissima, diversificata, che ha lasciato il segno perché coniugava felicemente tecnica di grande livello, messaggio e creatività.

Il "Fragile Trio", guidato da Alessandro Nobile al contrabbasso, lo vedeva al fianco di Luciano Troja al pianoforte e Francesco Cusa alla batteria. Insieme hanno eseguito, in un breve set, alcune composizioni di Nobile, anticipate e seguite da due brani di Thelonious Monk e Charles Mingus. Le composizioni originali consistevano solo in alcune linee melodiche e linee di basso, che il pianista ha creativamente armonizzato durante questa prima esecuzione, mentre Cusa ha fornito un'ossatura ritmica di notevole qualità. Un trio che meriterebbe spazio discografico e concertistico, per la grande dimestichezza con un'idea di improvvisazione creativa di particolare gradevolezza, fruibile e ricca di contenuti. Un esempio di quanto il panorama jazzistico siciliano sia ricco di talenti anche fuori dall'area mainstream.

"Oltroceano" era il titolo del set affidato al Pannonica Jazz Workshop. Realtà messinese esistente da un ventennio, curata da Luciano Troja e Filippo Bonaccorso, il laboratorio ha la caratteristica di affiancare musicisti dall'esperienza jazzistica a musicisti di estrazione classica, in una feconda abolizione di inutili barriere. Da anni impegnato a studiare l'opera di musicisti statunitensi a cavallo tra musica classica e jazz, a Ibla il corposo ensemble, che ospitava il chitarrista calabrese Giancarlo Mazzù, ha eseguito, dopo l'omaggio a Monk con Pannonica, musiche di Billy Strayhorn (Isfahan, Day Dream, Lush Life), Earl Zindars (Lullaby for Helene e How My Heart Sings) e Leonard Bernstein (Maria, Tonight, America). Organico inusuale, diretto da Troja, che al fianco di strumenti tipici del jazz (pianoforte, basso, chitarre, batterie, sassofoni e clarinetti) vedeva anche arpa e fagotto. Gli arrangiamenti dovuti a Troja erano preceduti da brevi improvvisazioni collettive; felice la scelta dei brani e interessante l'ensemble dal quale traspariva un percepibile entusiasmo e passione, che ha ampiamente soddisfatto il vasto uditorio. Una menzione particolare per gli assolo di Mazzù, sorprendenti per tecnica e ispirazione. Da ricordare anche che alcuni anni addietro Troja ha dedicato alle composizioni di Zindars, un artista molto amato da Bill Evans, un album davvero speciale in piano solo, «At Home With Zindars».

In sostituzione del concerto cancellato, Oltremente ha proposto, presso la Sala Falcone e Borsellino, un concerto del FCDuo, duo inedito composto da Francesco Cusa (batteria) e Tonino Miano (pianoforte e tastiere). Cusa ha presentato alcune composizioni del suo disco doppio "The Uncle (Giano bifronte)", dedicato a Gianni Lenoci, sul quale suonava lo stesso pianista prematuramente scomparso. Se ben note sono le qualità di Cusa, giova ricordare che il sorprendente pianista e tastierista Miano, siciliano per un trentennio vissuto a New York ma oggi di base a Catania, vanta un curriculum musicale e di studi non comune, come si è potuto riscontrare nella superlativa prestazione iblea, nella quale ha eseguito le non semplici partiture di Cusa con estrema perizia, sfruttando le potenzialità del synth, spesso usato insieme al pianoforte, creando timbri particolari e coinvolgenti. Swing potente, titoli dei brani fortemente ironici (o autoironici, che è ancora meglio), per un duo che ci auguriamo di riascoltare presto.

Intervista a Francesco Cusa per il romanzo "Vic" a cura de L'Opinionista. - il:2021-11-18

https://www.lopinionista.it/vic-il-nuovo-romanzo-di-francesco-cusa-lintervista-114760.html?fbclid=IwAR32p67Y12QpfbLt50HPSuIndIjqkQEM-EADDJCdBJ9metH0S2LvXoBCP6g

“Vic”, il nuovo romanzo di Francesco Cusa: l’intervista
Da Francesco Rapino - 18 Novembre 2021115

“Il personaggio rappresenta il trauma irriducibile, il caso clinico principe oggetto delle ricerche dei freudiani. Fortunatamente lui se ne sbatte di tali indagini, giacché egli rappresenta il cortocircuito di ogni narrazione clinica volta all’individuazione del caso topico, del “problema” su cui orchestrare la riuscita di un progetto teorico”

È disponibile in libreria e negli store online “Vic”, il nuovo romanzo di Francesco Cusa, pubblicato da Algra Editore, con la prefazione di Massimo Cracco e la postfazione di Giuseppe Paolo Carbone. Il romanzo è una sorta di diario surreale scritto in prima e terza persona, popolato dai personaggi “estremi” d’una provincia “estrema”: esseri reali e immaginari, vivi e morti, spettri e spiriti che potrebbero essere il frutto di una mente psicotica o del delirio d’un santo. Il centro del romanzo, il suo “senso”, sta forse in questo continuo scavo psicologico e metafisico teso a smascherare il velo del “Tremendo” che pare avvolgere “lynchianamente” la fisica e la morfologia della cittadina di provincia.

Francesco Cusa co ha gentilmente concesso un’intervista.

“Vic” è il tuo nuovo romanzo, di che cosa si tratta?

Vic è un ragazzo-uomo maturo-anziano che vive la sua schizofrenica vita di scrittore in un luogo immaginario del Sud dell’Italia: Cotrone. È un personaggio che rappresenta il trauma irriducibile, il caso clinico principe oggetto delle ricerche dei freudiani. Fortunatamente lui se ne sbatte di tali indagini, giacché egli rappresenta il cortocircuito di ogni narrazione clinica volta all’individuazione del caso topico, del “problema” su cui orchestrare la riuscita di un progetto teorico. In questo senso Vic nasce per ridonare all’Occidente l’aura mitica della legge di natura, ciò che prevale rispetto alla legge morale; in buona sostanza per restituire l’uomo alla sua sacralità».


Che cosa vuoi trasmettere con questo lavoro?

Come sempre nelle mie opere, sia letterarie che musicali, cerco di muovere le coscienze verso aspetti primari del fondamento dell’essere. Che un romanzo nel 2021 posta destare ancora fastidio, disturbo, perturbamento, trovo sia paradossalmente sano, nella società della prestazione, che produce per converso legioni di depressi, di assuefatti che vegetano ai margini di una protesta che non può più esprimersi in un limbo di soggettività deprivate di immaginario e visionarietà. In questo senso Vic è un personaggio negativo che si oppone alla positività priva di limiti (e perciò logorante) della normalizzazione, l’ultimo baluardo identitario contro l’omologazione.

La copertina del libro è un disegno del musicista e filosofo Pier Marco Turchetti. Com’è avvenuto questo incontro artistico?

Pier Marco Turchetti è uno straordinario intellettuale e un fantastico artista. Racchiude la Sapienza come la si può intendere oggi, nell’era della parcellizzazione dei saperi. Siamo molto amici, e spesso lui è il supervisore delle mie opere in fase di stesura. Cosicché mi ha sottoposto dei suoi disegni e, immediatamente, ho trovato questa tavola perfetta per il romanzo. Il perché di tale aderenza è compito che riservo al lettore di constatare.

Come ti sei avvicinato alla scrittura?

Ho sempre scritto, fin da giovane. Anche se sono più conosciuto come musicista, questa dello scrittore è per me divenuta una professione da circa una decina di anni, quando ho deciso di rendere pubbliche le mie opere letterarie sotto forma poetica, saggistica, poi esplorando l’aforisma, il racconto ed il romanzo.

Bellissima recensione per The Lenox Brothers. - Percorsi Musicali - il:2021-10-16

Bellissima recensione per The Lenox Brothers. - Percorsi Musicali
Ettore Garzia
https://www.percorsimusicali.eu/2021/10/14/notturni-rivelatori-the-lenox-brothers/?fbclid=IwAR1uXT-BTJMXjhMtc9N135IzahnoOqv4a0bD5jLqskkDSB870YjP0WMuU8A
“…Not everybody knows about Gianni’s passion for certain TV series from the ’60s and ’70s…[..] Or about his passion for Simenon, and the suspense of certain noir fiction he sometimes colored his voicings at the piano with…” (Gianni Mimmo su Gianni Lenoci, note di copertina di Township Nocturne).
A proposito di George Simenon, c’è un suo romanzo che inquadra un paio di dimensioni fondamentali dell’autore: in L’Homme qui regardait passer les trains Simenon inventa la storia di Poppinga, un impiegato di una ditta navale olandese che ad un certo punto della sua vita rompe la routine del suo lavoro per immergersi in una nuova vita piena di pericoli e sfide; Poppinga segna le vicende di un uomo libero e alla ricerca di un’identità di cui non sa calcolare le insidie. Il tenore letterale di L’Homme qui regardait passer les trains passa da un irrilevante incedere ad una ficcante forza erosiva degli eventi tenuta nascosta dentro: è esattamente l’equivalente di quel gioco rilascio-tensione che abbiamo imparato a trasporre nella musica di ogni tipo.
Le finzioni sono possibili realtà. Hanno un proprio modo di manifestarsi e hanno anche ottenuto un proprio “suono”, quello che oltre cento anni di cinema e mezzi visivi gli hanno attribuito attraverso colonne sonore, films o rifacimenti televisivi, travasando nei significati psicologici quanto rinvenibile dalla letteratura e dalle altre arti. Il trio di Gianni Mimmo, Pierpaolo Martino e Francesco Cusa, non fa altro che ritrovarsi su quel groove subodorato della finzione, ma ha un vantaggio, quello di poter agire senza limiti geografici e temporali e perciò la session di Township Nocturne può dedicarsi alle notti di Monopoli e allo stesso tempo offrire omaggio ulteriore al pianista Gianni Lenoci, il più efficace sperimentatore di quelle notti. I tre sono diventati, perciò, The Lenox Brothers.
Ma Township Nocturne è anche un’espressione d’arte e se volessimo catturarne un esempio potremmo rivolgerci a The Meanwhile Groove, dimostrazione lampante che riunisce effetti apparentemente opposti: se è vero che nel mezzo del brano Mimmo simula involontariamente con i multifonici il treno di Simenon accompagnato da un innesco ritmico preciso, è anche vero che tutto il resto che viene prima e dopo quell’evento sembra scolpire un’immagine pittorica a metà strada tra un post-impressionismo e l’arte astratta.
Penso che i tre musicisti vivano qui la loro migliore dimensione possibile: Mimmo suona sempre meglio, è in grado di punteggiare o di allungarsi perfettamente, di dirigere il suo soprano sulle dinamiche giuste, riuscendo sempre a trovare soluzioni di sfogo e sviluppo della trama improvvisativa imprevedibili (toccare con mano il benessere emanato della title track o le evoluzioni veloci e quasi rough sulle sintonie di The Ride); Martino è splendida fluttuazione del contrabbasso, pulsazioni particolari come qualcosa che somiglia ad una oscura scossa di potenza che sta per buttarsi fuori (vedi per esempio South Bay Drive – Bay Lanes), ma è anche caustico nelle fasi di utilizzo dell’arco (Insistent/Persistant); Cusa alterna il libero arbitrio della batteria con fasi ritmiche temporanee, spesso trattandosi di tempistiche rock (A Waving Recall è piena documentazione di un ritmo che potrebbe portarvi indietro verso il periodo elettrico di Davis).
E’ triste dover registrare in un luogo che guarda al vuoto di un pianoforte che sarebbe spettato a Gianni Lenoci, anche se Gianni Mimmo ha compiuto un perfetto processo di sostituzione con il suo sax e non mi pare inutile sottolineare come nella title track di questo lavoro Mimmo si produca nel finale in un incomprensibile artefatto vocale che sembra un rito di riconoscenza. Nell’idioma dei The Lenox Brothers (per chi conosceva Gianni Lenoci sa che egli usava le x finali nella sua corrispondenza, da questo si arriva a Lenox) c’è una doppia verità da soddisfare: una riguarda i musicisti coerenti e la loro voglia di misurarsi su canoni lontani da quell’efferato bisogno di semplicità di cui si nutre il mondo del jazz (e di cui Lenoci ne aveva sottolineato spesso la sterilità); l’altra, invece, si può trovare nell’explicit del romanzo di Simenon succitato, quando Poppinga mostra al medico dell’ospedale psichiatrico il suo quaderno per dimostrare le ragioni della sua turbolenza, ma dove però non c’è scritto nulla: “… E Popinga, con un sorriso forzato, si sentì in dovere di mormorare: «Non c’è una verità, ne conviene?»…“.

"Novelle Crudeli" - Romanzi ispirati dal jazz - - il:2021-09-16

https://www.chiediame.com/post/romanzi-ispirati-dal-jazz?fbclid=IwAR0mJ8tv1vAPqAvsicNqz1wbn7CW6ZvB0TeFufxb0LnTYBkiqHTWvsTghz4

Felicissimo di essere in questa nobile compagnia di romanzi. “Quando un jazzista si mette a scrivere. Batterista, compositore, scrittore, classe '66 ha suonato con tutti i migliori. Da Paolo Fresu, Gianni Gebbia a Andy Sheppard, Kenny Wheeler, Don Byron e molti altri.
Descrizione di Novelle crudeli di Francesco Cusa
Stimati professionisti schiavi del delirio consumato nel segreto dei propri appartamenti, donne sadiche e vendicatrici che trasformano l'omicidio in virtù, vite stravolte da logiche subumane e percezioni allucinate che non possono avere un lieto fine. Con ironia, stupore e malcelato disgusto, il narratore ci porta al centro di un inferno fatto di piccole tragedie domestiche dai toni splatter, morbosità patologica dei rapporti interpersonali e ripugnanti legami di parentela che possono tormentare sino alla follia. I personaggi di Cusa sono guidati da meccanismi mentali deformi, esseri mostruosamente banali che solo nell'incoscienza e nella morte si riscattano da un'esistenza apatica. L'autore usa il fantastico, l'horror più macabro e il surreale per raccontarci ciò che di più basso smuove i vizi, gli istinti e le morbosità dell'uomo contemporaneo. Cinico e impietoso ci descrive un'umanità malata incapace di redimersi.
Leggendolo mentre aspetto che mi lavino la macchina (era dannatamente sporca) mi sembra di essere immerso nel futuro, sia per la sensazione di solitudine che associo più o meno inconsciamente all'evoluzione digitale, sia per il precipitare delle parole (sempre profondamente curate) che descrivono con velocità pazzesche, a volte con l'aiuto degli stessi a capo per isolare i concetti, sentimenti e decadimenti dell'essere umano. Confondendo reale e narrato, percepisco lo stesso addetto al lavaggio quale funzionario di stazioni intergalattiche, tendenzialmente ostile, Francesco Cusa quando scrive non sembra aver fiducia nella massa, neanche nell'essere umano e, probabilmente, neppure in sé stesso. Alla fine l'unica faccenda nobile a questo mondo e in qualsiasi altro è abbandonarsi e stare ad osservare ciò che avviene, tanto più la fine. Farsi frullare dagli spazzoloni del lavaggio e uscirne scheletro lucente.
Altro straniamento: mentre mi giunge sul collo il pulviscolo umido, residui dell'incessante opera del lavaggio auto, mi pare di essere ripiombato dentro Canti del Caos di Antonio Moresco, da cui mi sono staccato proprio per far posto ai Racconti di Cusa. Moresco è un maestro del nitido caos, mentre Cusa preferisce lo scarto improvviso, l'aggroviglio, la sedimentazione, eppure la matrice è paragonabile. Basta così, macchina pulita e profumata.
Aggiungo che Novelle Crudeli è stato illustrato da Daniele La Placa, che lo ha immerso nel sogno, il che istintivamente mi ha consentito di accostarlo ad una graphic novel pur non essendolo e non tanto per le illustrazioni, quanto per lo stile e la solitudine dei personaggi. Eroi alla rovescia, pronti a uccidere e a farsi uccidere, perché alla fine la loro stessa morte è l'unica purificazione possibile. L'ironia amara balena pure lei costantemente in mezzo allo sfacelo, a scariche elettriche nel panorama plumbeo, a colpi di pistola. Da leggere, scegliendo tra le circa 300 pagine i racconti preferiti (per me Virgen 45)”.

Recensione Concerto: FCTRIO – “The Uncle” Gianni Lenoci Ricordato In Una “Prima Assoluta” Per La Filarmonica Laudamo Di Messina - il:2021-08-28

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FCTRIO – “The Uncle” Gianni Lenoci Ricordato In Una “Prima Assoluta” Per La Filarmonica Laudamo Di Messina


– di Corrado Speziale –



Il batterista Francesco Cusa si è esibito a Messina con il suo nuovo trio, riunito per la prima volta, con Tonino Miano al pianoforte e Riccardo Grosso al contrabbasso, in uno straordinario concerto dedicato al musicista e pensatore Gianni Lenoci, scomparso nel 2019. L’evento si è svolto il 22 agosto nello spazio del Museo Regionale di Messina, nell’ambito della centesima stagione della Filarmonica Laudamo, per la rassegna “REState al MuMe”. L’importante e piacevole novità è stata ulteriormente arricchita dal rientro a Messina del pianista Tonino Miano, dopo 27 anni trascorsi intensamente negli Stati Uniti.

“The Uncle”, soprannome dato dagli amici a Gianni Lenoci, è anche il titolo dell’album del 2020 in cui il compianto pianista pugliese era stato protagonista nel Francesco Cusa Trio.

Su tale album è stato articolato il concerto, con l’aggiunta di una bellissima ballad composta da Lenoci. Si sono rivelati straordinari alcuni momenti dedicati all’improvvisazione, tra cui il rientro finale sul palco.

Luciano Troja: “Per realizzare questo concerto nella stagione che si è interrotta abbiamo dovuto inseguirlo… È un omaggio che mi sembrava giusto fare, considerato il lungo tempo per poterlo realizzare”.

L’amarcord: Francesco Cusa e Gianni Lenoci avevano suonato insieme a Messina, sempre per la Laudamo, il 26 ottobre 2017, proponendo un progetto dal titolo “We Cats”.


Quando le basi artistiche sono di prim’ordine e le motivazioni lo sono altrettanto, unite alla passione e al sentimento, per tre musicisti come Francesco Cusa, Tonino Miano e Riccardo Grosso, bastano poche ore di prove pomeridiane per entrare in sintonia e creare un interplay sorprendente.

Francesco Cusa è un artista singolare, unico nel suo mondo: batterista che ha studiato anche da pianista, compositore, scrittore, poeta e altro ancora. Un creativo a tutto campo, libero, visionario, ben distante dai canoni usuali cui siamo abituati. Ha un rapporto appassionato con la sua batteria da cui fa volteggiare il suono, articolando magnificamente i ritmi con taglio leggero e coinvolgente.

I quasi trent’anni “americani” di Tonino Miano, pianista messinese di rientro da New York, dove è stato artista d’avanguardia, si notano tutti: la tecnica eccezionale che ha dimostrato di possedere è alimentata da un’energia fuori dal comune e supportata da tanta conoscenza. Ne godrà certamente il pubblico siciliano, e non solo, che da qui in poi lo vedrà impegnato a suonare sui palcoscenici. E certe scelte sono ben studiate e meditate. Le “assonanze” tra Miano e Lenoci le descrive così Francesco Cusa: “È incredibile! Il suo tocco ricorda molto il modo di approcciare i brani di Gianni Lenoci. Ovviamente hanno cifre stilistiche diverse, ma molto affini”.

Punto d’appoggio fondamentale del trio, a far da raccordo tra Miano e Cusa, è il giovane contrabbassista Riccardo Grosso: le sue corde vibrano in profondità tra il rullare della batteria e l’incedere intenso e variegato del pianoforte.

Il ricordo di Gianni Lenoci: il pianista compositore è venuto a mancare il 30 settembre 2019, ma le sue infinite idee musicali adesso possono trovare continuità grazie ad artisti come Francesco Cusa, che gli era amico e collega. Tra i due c’era una passione condivisa per la musica, ma soprattutto erano uniti, in maniera empatica, nella stessa visione del mondo.

“The Uncle”, soprannome dato dagli amici a Gianni Lenoci, è anche il titolo dell’album del 2020 in cui il compianto pianista pugliese era stato protagonista nel Francesco Cusa Trio. L’album, doppio, speculare, un fronte rosso, l’altro nero, con gli stessi brani interpretati da due formazioni differenti, si sarebbe dovuto intitolare “Giano Bifronte”, ma la prematura dipartita dell’amico musicista ha indotto Francesco Cusa a trasformare tale appellativo in sottotitolo e ad inserire tra i cd un fascicoletto di poesie per la persona speciale che non c’è più. “Gianni è andato via poco prima l’uscita del disco. Negli ultimi giorni della sua malattia, quando nessuno pensava che sarebbe finita così, non vedeva l’ora che l’album venisse pubblicato. Ci teneva tanto a questa cosa”.

Cusa e Lenoci avevano suonato insieme a Messina, sempre per la Laudamo, il 26 ottobre 2017, proponendo un progetto dal titolo “We Cats”. “È stato un concerto indimenticabile”, ricorda Luciano Troja. Cosicché, c’è un filo sottile che lega il 2017 al 2021 che sta nel sentimento e nella visione comune dell’universo musicale e della vita. Il direttore artistico della Laudamo ha così ricordato Lenoci dal palco:“Era una persona che vedeva la musica a 360 gradi. Nonostante all’estero avesse avuto grandi riconoscimenti, rimaneva sempre fuori dai riflettori. Il fatto di essere così importante e profondo stando fuori da vetrine e passerelle, l’ho trovato uno dei motivi più importanti per poterlo rappresentare e ricordare oggi”.

Un altro pensiero è ritornato su Lelio Giannetto, grande musicista e ricercatore palermitano, portato via dal Covid l’anno scorso, che domenica scorsa avrebbe compiuto sessant’anni. La Laudamo gli aveva dedicato l’evento precedente.

Al concerto è stato protagonista un jazz senza limiti di sorta, intenso e variegato, frutto di idee, percorsi e incroci di conoscenze, dove l’improvvisazione si è ben innestata sui temi.

Non sono mancati angoli di introspezione, in cui la densità musicale ha lasciato spazio al pensiero.

È una musica che riflette in pieno il carattere di Francesco Cusa, autore di quasi tutti i brani proposti, che Tonino Miano elabora e “narra” magnificamente al pianoforte. E dire che in presenza si erano visti soltanto poche ore prima!

L’eccentricità dei titoli, quasi tutti con ypsilon finale, non passa inosservata.

Cospirology avrebbe un’ispirazione intrigante, che si ritrova nella seconda parte del brano, dopo tempi e note che partono da un jazz riconoscibile per poi innalzarsi verso una fusion straordinaria.

Stessa sorte tocca ad Anthropophagy, che ha come ispirazione la pace nel mondo. Qui sarà il piano di Miano a decollare, trascinando il trio su variazioni entusiasmanti.

Ai tempi di “Uncle” non c’era ancora il Covid. Chissà come Cusa riscriverebbe adesso Pharmacology…! Qui il dialogo tra batteria e pianoforte crea una storia che si fa apprezzare tantissimo.

Prima del prossimo brano, spazio ai tre in assolo che delizieranno il pubblico con straordinarie improvvisazioni: puramente creativa quella di Miano al piano; profonda e vibrante quella di Grosso al contrabbasso; articolata, morbida e leggera, quella di Cusa alla batteria, con bacchette feltrate.

Reumatology è un bellissimo jazz dall’incedere veloce, ottimamente ritmato e strumentato.

Dr Akagi presenta un sound agile e brioso, in un percorso particolarmente elaborato da un pianoforte sempre in grande evidenza e dai virtuosismi alla batteria.

Fagan, brano di Gianni Lenoci, è una splendida ballad dove piano e contrabbasso si affiancano lentamente, mentre le spazzole di Francesco Cusa, vibrando nell’aria, accarezzano la batteria.

Il brano di rientro, che fa da bis alla fine della serata, è tutta un’improvvisazione che scorre su tempi elevati e mette in mostra equamente le abilità e la passione dei tre protagonisti.

Disturbi durante il concerto: la volta scorsa avevamo scritto della maleducazione di molestatori armati di karaoke, o qualcosa di simile, lungo il viale della Libertà. Lo ribadiamo ancora, anche se non fa più notizia: prevale la musica, anche a volume nettamente inferiore!

Recensione di "Vic" per "Provincia Letteraria", a cura di Francesco Gianino - il:2021-06-28

Uno, Vic (Algra, 2021), fa la sua vita, e se la fa da solo soprattutto quando è in relazione con gli altri; nella solitudine rafforza il proprio ego anche quando l’altro va via o muore: per lui è un’opportunità per riprogrammare l’esistenza. E tutto questo è eticamente scorrettissimo, ma Vic esiste per dare mazzate sulla gobba dei sentimentalismi e delle pratiche morali comunitarie, mazzate ai costruttori di storie politicamente corrette, mazzate al lettore standard di sentimenti depurati. Vic è uno che quando si racconta fa satira, invettiva, sarcasmo. Troppo odioso, ma troppo infelice. Sessista, vero nazista del buonismo, disumano a parole. Non si riconosce nella città di provincia in cui vive (l’incipit del romanzo è un omaggio pirandelliano), e poiché non può sfuggire al proprio destino, si fa personaggio di se stesso.

Vic è una persona di cultura, legge filosofia orientale, vive di rendita, vuole fare lo scrittore. Nel film Sogni D’oro di Nanni Moretti c’è una famosa scena in cui il protagonista parla con la propria ex e dice, seduto al tavolo di un caffè, “Sono un mostro, sì sono un mostro e io ti amo”. Lei, una giovanissima Laura Morante, confessa la volontà di riprendere la relazione, lui invece, diventato una specie di dottor Jekil, non si riconosce in quei sentimenti, fa spaventare la donna e la insegue gridando: “Non voglio morire, non voglio morire!”. Il film è in qualche modo suggerito dalla parodia che ne fa l’autore di Vic dove si racconta la relazione con Lidia, la travolgente Fisioterapista, che entra nel romanzo dalla porta di casa come in un video youporn. L’autore innesta deformando anche un’altra scena tratta da “Ecce Bombo” in cui Moretti al telefono vorrebbe che “ci innamoriamo di me”. Nella smania egocentrica (parlare sempre e comunque, bene e male, di sé riducendo gli altri a una appendice della propria necessità), Vic stesso rimane prigioniero: (come anche il lettore) non distingue il piano della vita da quello della finzione fertilissima. Il lettore cerca una realtà, ma il romanzo non è sulla realtà di Vic, bensì sul ciclopico tentativo di uscire fuori dal narcisismo, dall’amore subdolo per se stesso e per il proprio corpo, ed espletare un parto che non si realizzi sul piano della Storia, ma in quello della creazione di un’opera che per Vic, solo per Vic, sarebbe un riconoscimento di status sociale (il Contratto, l’editore). L’opera è un prodotto narcisistico dove specchiarsi nell’altro equivale a mangiare e digerirne la carne. E se l’altro non è del tutto digeribile (la madre, la libertà delle fidanzate), la morte è un sollievo benefico che permette di riprogettare l’estensione del proprio ego.

Vic estende una volontá sarcastica e fa banchetto carnivoro. In questo barbecù in cui la carne vaporizza l’anima aria al vento, i sentimenti (amore, fedeltà, amicizia) sono l’orrido, orrido perché prodotto, nella visione narcotizzata dal fallimento esistenziale, di un falso umano: le ipocrisie del festival dell’utile.

Eppure non è tutto qui. Una regione che i poeti chiamerebbero di amorevole luce, l’idea e la percezione che esista un banchetto celeste, senza guadagno o profumata costata di cavallo, senza allestire festa d’arrusti e mangia; un valore spirituale che è, in un attimo epifania d’assoluto, c’è, e l’ho ritrovato nel sorriso del jazzista. Nella mezza pagina dedicata al sorriso del jazzista c’è finalmente uno squarcio di luce metafisica, verità e realtà, non più climax euforico satireggiante, laddove tutta la vita di Vic sia un’esplosione di irreali menate giustificatorie della propria marginalità; e invece in questo musicista che inveisce contro le cricche dei festival jazz, c’è un sorriso hessianamente orientale rischiarante il flagello infernale della vita scopereccia o mangereccia. Ma dura troppo poco per Vic: lui indossa subito l’abito del Giovenale sarcastico: lancia e scudo contro il vuoto nel cuoricino del cuore del mondo di Cotrone.

Vic, che sta per Vittorio, o meglio per Victorio, italo vero-nazista americano, ama il gusto per il pastiche, il tono apocalittico, lo stile debordante, lo humor nero, e imbastisce un vero corpo a corpo contro le consolatorie convinzioni di ogni buon cittadino nostrano, piomba come un kamikaze sullo smanioso piacere onanista occidentale. Una Vittoria intellettuale che vale una sadica sconfitta esistenziale. Sarebbe bastato rubare quell’immensa umanità che trasuda dal sorriso jazz, costruirvi un tempio di salvezza, per spostare il sarcasmo in dolce pietas. E Vic alla fine della storia forse potrebbe averlo capito: più semplice riappropriarsi del proprio misero vissuto, anziché farsi abitare dalla folla di esistenze possibili partorite da film erotici alla fu Lino Banfi anni ottanta rivissuti xxx.net nella fantasia presente assente oppure un turbinio riprodotto lynchiano tarantiniano pynchoniano senza droghe …

Vic, vero romanzo d’autore, come solo tra i piccoli editori è possibile ancora trovare.

©Fgianino

Nel libro di Amedeo Furfaro anche una bella pagina per Francesco Cusa & The Assassins e FCTrio "The Uncle" - il:2021-06-10

Nel libro di Amedeo Furfaro anche una bella pagina per Francesco Cusa & The Assassins e FCTrio: "The Uncle Giano Bifronte di Francesco Cusa & The Assassins (II/Kut)".
"Aprire un album come The Uncle Giano Bifronte di Francesco Cusa & The Assassins (II/Kut) e trovarvi dentro un opuscolo con quat- tro sue poesie dedicate al compianto Gianni Lenoci, delicate, intense, che toccano le tematiche di cosa resti e persista dopo .... fa un certo effetto! Versi sull’amicizia che ė eterna e può esistere anche quando qualcuno non c’è più. Chi ha conosciuto Lenoci, non solo come piani- sta eccelso ma come persona, può capire quanto intensa possa essere la commozione, anche a distanza di un anno dalla morte, nel pensare di non vederlo più “live” nell’insegnare, concertare, inventare. La stes- sa disinvolta freschezza lui manifestava a livello umano e così si ce- mentavano i rapporti e comunque le relazioni di stima, apprezzamento, collaborazione reciproca, interplay fra musicisti. “Amico mio che fai/ in quel delirio di nubi/ lontano, con le mani in tasca?”. Difficile imma- ginarlo spento nel suo attivismo multitracce, multiforme, multimediale. Cusa lo ha frequentato, lo ha eletto a mèntore e percorrendone il solco stilistico più avanzato il batterista ce ne offre oggi delle inquadrature sonore “a futura memoria” in uno di due cd in questo album doppio che vede come ospite il saxtenorista Giovanni Benvenuti, nel trio ferrato dalla compresenza della vocalist-violinista Valeria Sturba (nel cd sen- za Lenoci) e del bassista Ferdinando Romano. Ma perché mai “Giano Bifronte”? Già la presenza di Lenoci, alla cui memoria il prodotto è intitolato, sta a simboleggiare come nel jazz si possa guardare indietro e avanti, e come poi certe “doppiezze” - come il post-bop avanguardiz- zato in free del FCT e la dolcezza poetica di fondo - alla fine si possano ricongiungere in unum. Persino lo scalpore di una batteria fumantina e pirotecnica come quella di Cusa può convergere in quel lirismo vivo che rende a suo modo unico questo progetto compositivo e di improv- visazione “volontaria”, nato per svelare il vero volto di Giano, quello invisibile “che guarda il presente e che, come l’occhio di Shiva, contie- ne tutte le realtà”.
Francesco Cusa
Giano Bifronte
Improvvisatore Invol. Kut, 2020
Corriere del Sud, 7-10-2020
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