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Francesco Cusa - Official Website - Una mia intervista a Riccardo Pittau per The New Noise

Una mia intervista a Riccardo Pittau per The New Noise

2020-05-12

Lirico/Grezzo, Soave/Urticante: conversazione con Riccardo Pittau
Riccardo Pittau

Arricardu Pitau alias Riccado Pittau

Trombettista avant-jazz sardo molto poliedrico e versatile. Il suo stile unisce il jazz con il fraseggio dei trombettisti balcanici e della musica tradizionale sarda. È leader del quartetto/trio “Congregation”, che ha pubblicato nel 2005 “V IV MMV Death Jazz (ImprovvisatoreInvolontario), e della band di rock sperimentale “HardWin”. Suo è anche un riadattamento molto particolare in lingua sarda de “L’Histoire Du Soldat” di Igor Stravinskij, dove ha ri-arrangiato le musiche, introducendo launeddas ed elettronica.
Nato nel 1973 a Guasila, discendente da una famiglia di musicisti, ha appreso i primi rudimenti della tromba all’età di 9 anni. Suona in variegati e differenti contesti, dal jazz di ricerca a quello più tradizionale, dalla salsa caraibica alla musica rom dei Balcani…

Ha suonato con diversi musicisti, tra cui: Steve Lacy, Lester e Joseph “Joe” Bowie, David Murray, Roswell Rudd, Misha Mengelberg, Evan Parker, Lawrence D. “Butch” Morris, Alan Silva, Hamid Drake, Jean Paul Bourelly, Sadiq Bey, Elliot Sharp, Andy Moor, Phil Minton, Michael Riessler, Tristan Honsinger, Chris Cutler, Roy Paci, Vinicio Capossela… come solista ospite con la Boban And Marko Markovic Orkestar e con molti altri artisti e poeti come Alberto Masala e Jack Hirshmann.

Ciao Riccardo, come butta? Dove vivi? È da un po’ che non si sentono tue notizie.

Riccardo Pittau: Il vivere in Sardegna, nell’ex panificio di mio nonno, proprio nel mio paese natale, mi avvantaggia in termini di salute e benessere. È chiaro che sul versante del lavoro una simile scelta spesso mi porta a non raggiungere la sufficienza economica. Potevo scegliere una carriera sfavillante mangiando schifezze, ma siamo poi sicuri che sarebbe diventata una carriera sfavillante? Non si sa mai nella vita, magari sarei già morto da 10 anni schiacciato da un Tir, mentre nella terra dei centenari, casomai lo diventassi, me ne restano altri 50 per rifarmi degli arretrati… Parafrasando il mio “guru”, che voglio tenere anonimo: i comuni mortali invecchiano mentre io contro le leggi di natura ringiovanisco! Puntualmente mi faccio sentire e a differenza della maggioranza delle persone non dimentico chi non vedo quotidianamente. Ma noi “rurali” non abbiamo filtri, ci piace trascorrere il grosso del tempo in solitudine e quando vediamo una persona siamo capaci di passarci un intera mattinata o pomeriggio insieme; l’esatto contrario del cittadino, che fondamentalmente è solo e sente più di noi il bisogno di aggregazione. Ma è spesso un’aggregazione superficiale. Mai sentito il bisogno di fare parte di una “scena” o di un gruppo in senso lato, e pure quando ne ho fatto parte mi sono sempre tenuto il mio spazio e la mia indipendenza. Anche nei tour (continuo a farli ogni tanto, eh!) spesso mi piace sparire e… ci vediamo sul palco!

È strano che un trombettista del tuo valore non sia valorizzato come merita. Pochi trombettisti possono vantare la tua tecnica, il tuo lirismo, il tuo suono. Come te lo spieghi?

Aspetta, dipende… pochi trombettisti dove? In Serbia ho avuto una crisi identitaria vedendo ragazzini di 15 anni che mi mangiano la pastasciutta in testa, e non sto parlando di mero funambolismo strumentale, ma di veri e propri maturi solisti e band leader. In Italia sarebbero fenomeni da baraccone, mentre li è la norma e la prassi consolidata. Molto di quello che ho lo devo a loro. Sicuramente ci metto del mio nella mia svalutazione tendendo a fare un po’ troppo l’eremita. Credo dipenda dal fatto che non mi si può inquadrare. Se magari facessi un progetto “about” qualche trombettista di riferimento, forse mi darebbero più spazio; ma per me è blasfemo anche solo il pensarlo. Ho troppo rispetto, anche di quelli che non mi piacciono.

Cosa ne pensi dell’attuale momento delle musiche jazz e improvvisate in Italia? Ritieni che si sia in una fase di stasi o che siamo invece in un momento di fermento, di rinnovato dinamismo che, magari carsicamente, sta pian piano creando una nuova generazione artistica?

La verità è che seguo poco la scena, anche perché, permettetemi di dirlo senza offendere nessuno: provo una profonda nausea! Lo posso dire che mi nausea? Mi sembra un mondo veramente troppo autoreferenziale, al di là della qualità di certe proposte. Vedo musicisti, anche tra quelli che stimo parecchio, che si rimettono a fare lavori di altri, copiano i dischi che hanno fatto la storia e mi chiedo: perché? Perché lo fate? Che bisogno avete? Una delle risposte credo la si possa trovare nella mia risposta precedente about gli “about”. Dal canto mio preferirei sentire brutta musica ma almeno originale. Solo che chi prova a farla (e tu ne sai qualcosa) fa poi una fatica boia a trovare il suo spazio. Vedo troppi bravi musicisti che si prestano a questo giochetto. Vigliacchi!

Parlaci un po’ dei tuoi ultimi progetti, delle tue intenzioni, di come pensi di muoverti in futuro.

Voglio viaggiare (paradossale vero?)! Il dramma dell’Italia non è solo la ristrettezza delle richieste, ma un regime fiscale infame che ti rende quasi impossibile muoverti agevolmente all’estero. Ecco perché ora sto lavorando ad un progetto in solo che però mi permetta di inglobare musicisti da aggiungere di volta in volta. Serve agilità, quanta più possibile. Sto tornando ragazzino, voglio incontrare gente nuova e mai vista e aprire un capitolo nuovo assieme alle finestre… troppa aria stantia, troppo odore di muffa!

Stai elaborando nuove relazioni e simbiosi con lo strumento? Nuovi modelli di studio? È evidente l’influenza nell’approccio al tuo strumento delle sonorità della musica sarda, in particolare delle launeddas.

Le launeddas le ho coltivate per 10 anni e sono uno strumento che posso dire di conoscere bene… attenzione, conoscere, non suonare, perché di fatto le ho abbandonate. Avrebbero richiesto una vita parallela e quando desidero usarle nella mia musica, posso comunque avvalermi di eccellenti giovani suonatori. Ci sono dei musicisti interessanti qui che partono dalla tradizione e fanno cose innovative e ogni tanto sperimento qualcosa con loro, quindi è sicuramente un canale che voglio tenermi aperto. Poi la mia routine di studio consiste in: tecnica la mattina e di pomeriggio vai di jazz, esercizi sulle progressioni e così via dicendo… studio da bopper! Dopodiché passo alla musica che amo davvero visceralmente, e mi cimento sui brani del più grande trombettista che abbia mai calcato il pianeta terra: Miroslav Matusic, inarrivabile!

foto di Marco Floris
foto di Marco Floris
Con te spesso scherzavamo sul luogo comune “Jazz Freddo” e “Jazz Caldo”, nelle sue variabili di “Jazz Freddo a Livello Jazz” e “Jazz Caldo a Livello Bop”. Questa nostra comune passione iconoclasta verso i “cliché” della nosologia della critica era diventata quasi una sorta di “Weltanschauung” che applicavamo anche ad altre categorie del pensiero. La ritieni ancora oggi uno strumento valido di indagine? Potresti spiegare ai lettori in cosa consiste questo giochino?

È uscito lo scorso anno un album che, per esperimento, ho voluto realizzare con musicisti che conosco fin dall’infanzia. Suona volutamente vintage ed è sostanzialmente un disco di rock psichedelico, non di jazz, anche se quello che ci suono sopra con la tromba è jazz tutto il tempo! Perché ne parlo? Perché su questo disco c’è un intervento parlato di un grande personaggio che, involontariamente, ha introdotto nuove variabili. Per cui ora la “dottrina dicotomica” si è considerevolmente espansa e abbiamo di fronte questo scenario che ci permette di meglio inquadrare persone, frutta, cantanti, città, giocatori, animali e cose. Permangono i vecchi “jazz caldo vs jazz freddo” e “a livello jazz vs a livello bop”, a cui ora si aggiungono:

“ critico di chi ti critica vs obiettore di coscienza che non sa cos’è la coscienza”

“chi guarda vs chi vede”

“intelligenza meccanica vs intelligenza scultorea”…

Per cui, facendo il classico esempio “Mike Bongiorno vs Pippo Baudo”, abbiamo:

Mike Bongiorno: jazz freddo/livello bop/obiettore di coscienza che non sa cos’è la coscienza/chi vede/intelligenza meccanica.

Pippo Baudo: jazz freddo/livello jazz/critico di chi ti critica/chi guarda/intelligenza scultorea…

Chiaro, no? Ovviamente i parametri sono a sé stanti, i due presentatori sopra si differenziano in tutti tranne che nel primo. Divertitevi adesso a casa!

Non ci ho capito molto neanche io… ma va bene lo stesso. Veniamo ad altro. Insegni tromba jazz in conservatorio a Cagliari. Cosa ne pensi dell’attuale stato dell’insegnamento accademico in Italia?

Sai che credo sia un problema più di ordine burocratico che di altro? Grazie a Dio abbiamo abbastanza carta bianca nella modalità di operare secondo il nostro insegnamento, ed è giusto che sia così. Solo che poi andiamo a sbattere contro un muro di gomma e tutti gli articoli di cancelleria possibili e immaginabili che ci fanno quasi dimenticare perché siamo lì e a fare cosa, e parametri e cavilli che cambiano inspiegabilmente e arbitrariamente. Miles Davis allo stato attuale delle cose non avrebbe i requisiti per insegnare jazz nei conservatori d’Italia… gli conterebbero 50 titoli artistici che varrebbero come i miei e come i tuoi, solo che sia io che te con i titoli di servizio gli saremmo avanti e… ma che andassero tutti afam…!

Ok, continuo… in passato abbiamo avuto delle comuni esperienze nell’associazionismo musicale italiano. Mi riferisco al periodo di “Bassesfere”, associazione musicale che negli anni Novanta ha rappresentato un vero e proprio punto di riferimento nel panorama delle musiche italiane. Cosa rimane di quell’esperienza?

Rimane molto, credo, dentro ciascuno di noi, e mi fa sorridere che ora, come “La Settimana Enigmistica”, vantiamo innumerevoli tentativi di imitazione! Sicuramente abbiamo smosso le acque! Era un amalgama che in quel periodo – il trovarsi lì in quegli anni e in quel momento – ha contribuito a creare la spregiudicatezza che contraddistingue quella fascia di età… e poi le droghe (in senso lato, anche chi non ne faceva uso come te o Cristina Zavalloni aveva le sue), la promiscuità nelle relazioni…

Non mi ci fare pensare, guarda. Come spieghi il sostanziale oblio di tutta una serie di progetti e cd relativamente alle esperienze di quegli anni? È quasi impossibile ritrovare perfino le tracce di lavori che, tutto sommato, fanno parte di un passato recente. Cos’è accaduto secondo te? Quali i criteri che hanno determinato tale processo di rimozione?

Non ho idea… che siamo una massa di cazzoni? Sbobiniamo o no?

Ok, ho capito l’antifona. Concludiamo. Una tua definizione di “protezionismo” e “tutela” applicata all’arte.

Sono contrario perché qualora venissero adottati dei criteri non ci rientrerei! Forse afam letto al contrario a cui si aggiunge l’iniziale dello stato che ci governa?