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Francesco Cusa - Official Website - Una mia intervista a Gianni Gebbia per "The New Noise"

Una mia intervista a Gianni Gebbia per "The New Noise"

2020-05-12

Fra ancestrale e metropolitano: la dialettica di Gianni Gebbia

Gianni Gebbia / siciliano di Palermo 1961 / saxofonista autodidatta / a New York nel 1979 / Mi innamoro del jazz creativo di quei tempi. Frequento la loft scene di Sam Rivers e Julius Hemphill / scopro la musica improvvisata / da ragazzo / suono in giro nel mondo dagli anni ‘80 / Ho ascoltato e collezionato dischi e cd a sufficienza per capire che la musica o è buona oppure è brutta (Duke Ellington) / Ho avuto la fortuna di frequentare colossi come Peter Kowald, Steve Lacy, Pina Bausch, fari che mi hanno illuminato la via / Appartengo all’epoca prepedagogica / Adoro gli ignoti poeti del nay, dello shakuhachi, del tarogato e delle launeddas / Bibliomane sfegatato / Toro con ascendente Scorpione / Chiromante nel tempo libero / Adoro tutto ciò che è divinazione / Meditazione / Scienze spirituali / Per anni ho anche dipinto e praticato il kyudo / Ho vissuto in monastero zen in Giappone dove ho ricevuto il nome di Jo Raku / Non ho mai cambiato casa ed ho una label che si chiama Objet-a.

Ciao Gianni, raccontaci che stai facendo in questo periodo. Leggo di performance in tutto il mondo con i lavori di Heiner Goebbels. Come nasce questa importante collaborazione?

Gianni Gebbia: Sono un ammiratore della musica di Heiner sin dai tempi dei leggendari Cassiber e il destino ha fatto sì che diventassimo amici negli anni. Ho una grandissima stima di lui come musicista, compositore e intellettuale e ho sempre sentito con lui una forte affinità culturale. Negli anni ‘90 ho organizzato a Palermo una bellissima versione del suo “Prometheus” su testo di Heiner Müller e negli anni ci siamo incontrati spesso e persino una volta nel 1996 a Tokyo abbiamo organizzato un’improvvisazione segreta al Romanisches Cafè, ormai chiuso, assieme a David Moss ed Otomo Yoshihide… un successone. Ci siamo frequentati negli anni e poi un anno e mezzo fa mi ha invitato a partecipare alla sua nuova pièce dal titolo “Everything That Happened And Would Happen”, basata su un testo dello scrittore ceco Patrik Ouředník, dove ho l’onore di contribuire anche con una mia composizione in solo. È infatti questa una pièce dove Goebbels utilizza e trasfigura elementi provenienti da varie situazioni, ad esempio gli oggetti di scena provenienti dall’Europera di John Cage, in un mix nuovo e sorprendente, una tecnica per certi versi paragonabile a quella utilizzata da Walter Benjamin nell’opera sui “Passages” parigini. Con questo lavoro stiamo girando nelle principali capitali europee. Accanto a questo Heiner Goebbels ha deciso di ritornare alla musica live dopo una pausa di vent’anni e abbiamo formato un duo, col quale, oltre a improvvisare, suoniamo alcune song di Hanns Eisler (uno dei suoi maestri e grande brechtiano) che sono sempre state un suo leitmotiv sin dai tempi del duo con Alfred 23 Hart, fino al disco Eislermaterial per l’ECM. Adoro l’approccio quasi filosofico di Goebbels alla musica, perché dietro c’è un pensiero. Poi abbiamo appena formato una band particolare, che si chiama “The Mayfield”, assieme agli altri musicisti che hanno partecipato alla pièce di cui ho parlato sopra. I componenti sono, oltre al sottoscritto ed Heiner Goebbels al pianoforte, Nicolas Perrin alla chitarra midi autocostruita, Camille Emaille alle percussioni e Cecile Lartigau all’Ondes Martenot. È una band assai sperimentale che si muove secondo grossi blocchi sonori massivi in una sorta di improvvisazione guidata e textures estremamente noise. Con questi nuovi progetti stiamo girando in vari festival.

Sei un grande virtuoso del sassofono. Ciò che mi ha sempre colpito – anche durante la nostra lunga collaborazione – è la tua straordinaria versatilità. Il tuo suono, anche nei contesti più radicali, è sempre legato al jazz, è rotondo, fiammante, lirico. Che rapporto stai vivendo attualmente con il tuo strumento?

Grazie per il complimento. Il rapporto con lo strumento cambia sempre: in origine il mio strumento di elezione era il sax, contralto ma anche soprano, che però avevo abbandonato perché mi sentivo troppo “lacyano”; l’ho ripreso solamente qualche anno fa perché volevo esplorare la melodia e mi sembrava particolarmente adatto. È stato come ricominciare da capo perché è uno strumento che richiede un controllo particolare, uno strumento isterico, come lo ha definito Steve Lacy. Inoltre, a dispetto di quello che si può immaginare, richiede molto sforzo a causa del canneggio piccolo che richiede molta pressione nelle vie aeree. Ma quando ho raggiunto un controllo soddisfacente è arrivata la proposta di Heiner Goebbels di suonare il sax baritono nella sua opera, così ho ripreso il baritono che avevo suonato brevemente da giovane e quindi da più di un anno combatto con questo enorme sax… soprattutto è faticoso portarlo in aereo per il mondo. Così lo utilizzo anche nel duo che abbiamo formato, in maniera piuttosto noise.

La tua ricerca estetica e spirituale si è estesa in vari campi: il tuo rapporto con le letture filosofiche, le collaborazioni con danzatori, pittori, teatranti, e il tuo percorso all’interno della disciplina dello zen. Naturalmente queste sinestesie vanno a integrarsi con la natura del tuo essere. Ce ne vuoi parlare?

Non è semplice parlare di questi soggetti spirituali, ma è sicuro che hanno un’influenza forte anche se appare sempre laddove meno te lo aspetteresti… Mi sono dedicato alla meditazione Zen andando anche in Giappone continuativamente per circa 12 anni di seguito. Molti mi chiedono come ha influenzato la musica ed è difficile da verbalizzare; se debbo tentare di spiegare, ad esempio, penso che in una prima fase la pratica dello zen in musica mi ha portato ad essere disponibile a comunicare con chiunque e in qualsiasi contesto: una sorta di modalità compassionevole, ma è una fase che ora sento essersi trasformata ancora ma è stata importante. Su un livello più sottile il mio Maestro Shodo Harada Roshi mi invita sempre verso un’emissione che sia la più pura possibile, esattamente come durante l’espirazione nella meditazione e la pratica del “Mu”, una sorta di suono di tutti i suoni, un suono anche senza strumento. Lo Zen è pieno di riferimenti al suono e pieno di suoni e ritmi che si utilizzano per comunicare in silenzio, ritmi spesso complessi e dispari, ma su un livello più spirituale anche i riferimenti al suono di una mano sola, al flauto di ferro senza buchi, al suonare senza lo strumento. Più passa il tempo più sono convinto dell’unità fondamentale delle religioni sul livello delle antropotecniche che si basano su principi e basi comuni, come è possibile riscontrare nelle pratiche dei mantra delle varie religioni analizzando l’utilizzo dei rosari. Al momento sono appassionato dall’induismo antico e potrei senza problemi abbandonarmi a quella che loro chiamano la Bhakti e al canto e alla musica devozionale del kirtan. L’estate scorsa, ad esempio, ho frequentato Krishna Das con il suo commovente mix di kirtan indù e sound da songwriter americano. Per quanto riguarda le collaborazioni con le altre arti, le sento molto adatte al mio approccio in musica e le pratico con regolarità ed entusiasmo.

Come vivi la tua Palermo? Sei un raro esempio di musicista che è riuscito a suonare in tutto il mondo facendo base in Sicilia. Fuori di retorica, vedi prospettive di crescita culturale e artistica per un musicista che decida di rimanere a vivere al Sud?

Domanda spinosa. Beh, amo molto la mia città nel bene e nel male, ma è certo che non sia più l’ideale per una crescita culturale, poiché il livello è sceso progressivamente rispetto a quando sono cresciuto. Per tagliar corto, basta osservare la decadenza culturale progressiva di una storica associazione jazzistica che non nominerò, una piattaforma eletta negli anni ‘70 e ‘80 che ci fece scoprire dal vivo gente come Ornette e Mingus o l’Art Ensemble Of Chicago assieme a Dexter Gordon e moltissimi altri, e che oggi invece propone una programmazione orientata su un generico pop jazz, smooth a basi di cantanti-soubrette… Di fronte a questo stento a non provare una vertigine negativa irrimediabile. Basta questo esempio a dare un’idea globale della devoluzione in corso. Ciò su cui bisognerebbe riflettere, deleuzianamente, è su come possa avvenire che una musica di sicure origini di ricerca se non addirittura rivoluzionarie possa essersi riterritorializzata su una medietas di questo tipo e su un tecnicismo sterile da palestra… In questa direzione molte colpe andrebbero ascritte alle carenze culturali di docenti indocenti, perdonatemi il gioco di parole…

L’attuale scena italiana pare essere cambiata molto rispetto al tempo in cui calcavamo insieme in lungo e largo i palchi dell’epoca. Ormai il privilegio di essere avventurosamente promotori delle proprie musiche è riservato a pochissimi. Tu sei uno fra questi. In fin dei conti si tratta pur sempre di una scelta “politica” che si contrappone al patinato modello attuale. Come gestisci la tua attività di promozione?

Beh io faccio sino ad oggi tutto da solo! Anzi negli ultimi tempi non faccio proprio nulla tranne curare la mia label e post su Facebook ed aspettare che qualcuno mi inviti… cosa che ancora accade per fortuna! Tutto è cambiato rispetto ai decenni passati e l’iperinformazione creata dai media e da internet ha determinato un silenzio di comunicazione pressoché totale accoppiato ad un’isteria di self promotion patetica sui social.
Penso che ci sia bisogno di una nuova igiene mentale e capire che nel mondo dell’iperinformazione ognuno può ancora decidere cosa fare entrare nel proprio sistema cervello o meno, un libero arbitrio che gli schermi telefonici impediscono di certo. Mica è possibile fare una ricerca interiore o un ritiro spirituale appicciati al proprio cellulare! In realtà su un certo livello si è andati indietro verso una sorta di arcaismo paradossale perché trovare dei lavori si basa più di prima su conoscenze personali, mentre quando ero ragazzo e scrivevo ai festival mi veniva sempre risposto da parte di illustri sconosciuti direttori artistici dei festival. Questo oggi non avviene più perché tutto è aumentato vertiginosamente in termini di sovraffollamento di produzioni, ed anche semplicemente a causa dell’incremento numerico di musicisti, opera di quelle fabbriche di musicisti generici che sono diventate le scuole. Nulla in toto contro di esse, ma è indubbio che si sia creata una massa enorme di musicisti sul mercato ma non di artisti motivati… Accanto a questo sono apparsi sistemi complessi di marketing come le agenzie di promotion a pagamento e tanti altri sistemi industrializzati che prima in questo campo non erano presenti tranne che nel pop rock. È il mondo sloterdijkiano di una cultura fatta di bolle e schiume autoignorantesi, fragili ma autoreggenti. Subculture in libera caduta ognuno con i propri dogmi e le proprie leggi ed i propri look. Rimango comunque un ottimista come del resto lo era persino Cioran!

Intravedi nuovi segnali di cambiamento all’orizzonte? Non mi riferisco tanto alle pregevoli emergenti individualità, quanto a una fenomenologia concretamente “rivoluzionaria” nel campo degli idiomi di quelle che un tempo venivano definite “Musiche d’Oggi”?

Beh! Da un certo punto di vista tutto è stato già fatto in quasi tutti i campi e non vedo alcunché di particolarmente innovativo o rivoluzionario. Non di certo il manierismo in cui è caduto il jazz, né le pseudo starlettes guidate dai critici o curatori del momento, spesso per colmare entusiasmi para-erotici senili… L’unico campo che mi sorprende è quello della musica elettroacustica ed acusmatica, che sta facendo passi da gigante e comincia a produrre dei risultati spesso artisticamente soddisfacenti; al di là della freddezza insita nella tecnologia trovo, ad esempio, che utilizzare gli speakers come strumenti sia molto interessante. Ascolto molta musica contemporanea e talvolta appaiono meteore meno accademiche del solito e stimolanti. Ad esempio il lavoro del giovane compositore tedesco Alexander Schubert o quello del francese Benjamin De La Fuente, per fare due esempi interessanti.

Concludiamo con una domanda che ho già rivolto a Riccardo Pittau… Una tua definizione di “protezionismo” e “tutela” applicata all’arte.

Ahimè… sinceramente questi due termini mi sembrano ormai obsoleti.