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Francesco Cusa - Official Website - Una mia intervista a Luciano Troja per "The New Noise"

Una mia intervista a Luciano Troja per "The New Noise"

2020-05-12

Luciano Troja: l’aplomb dell’esploratore


Luciano Troja, pianoforte.
Autodidatta, studia con Sal Bonafede, quindi si laurea in jazz. Da tempo svolge la sua attività tra Italia e Stati Uniti. Collabora da 18 anni con Giancarlo Mazzù. Ha un duo con il fagottista Antonino Cicero. Candidato 2 volte all’Independent Music Awards (USA), i suoi cd sono stati inseriti nelle scelte annuali della critica su Cadence, All About Jazz, Musica Jazz, Stereophile. Dal 2013 è direttore artistico della Filarmonica Laudamo di Messina.

Ciao Luciano, questa è la mia seconda intervista nella fase del “lockdown”, dunque la prima domanda non può che essere ovvia: come stai vivendo questo periodo? Cosa è cambiato nella tua routine quotidiana?

Luciano Troja: Ciao Francesco e grazie per quest’occasione di conversazione.
Molto è cambiato. Anzi direi che molto è “cangiante”. La frequenza con cui la situazione sembra mutare, rispetto alla staticità fisica di noi tutti, ho l’impressione che sia moltiplicata.
Sento accelerare il flusso di sensazioni che si succedono, soprattutto in prospettiva del futuro, a dispetto del fatto che mi trovo fermo in casa. L’impressione è di percepire meglio che la componente emotiva viaggi ad una velocità totalmente autonoma rispetto alla dimensione fisica reale.
Sotto il profilo strettamente pratico, suono, studio, compongo, con una “urgenza creativa” che però sento meno chiaramente del solito. Da un lato perché forse incombe il punto oscuro su come (e se) potremo ancora connetterci come abbiamo sempre fatto (nelle prossime settimane… mesi… anni) tra noi musicisti, e con il pubblico; dall’altro perché è venuta a mancare la componente sociale (non virtuale) della creatività, la cui assenza caratterizza questo periodo e che dovremo ricordare, per farne tesoro e capire quanto influenzi l’origine della creazione artistica.
Credo che tutti nutriamo una velata preoccupazione che riguarda l’attuale blocco, e l’eventuale ripresa con tutte le sue incognite. La natura dell’ispirazione è comunque e senz’altro nuova.
Il musicista – me compreso, che pur non essendo particolarmente social, ad esempio ho fatto un concerto in diretta Facebook – tende a moltiplicare le apparizioni, quasi volesse confermare prima di tutto a se stesso che esiste. Oppure preferisce non esserci. Apprezzo molto il non esserci. Ma, visibilità o meno, l’esigenza di comunicazione si esprime in modo un po’ asettico.
Per non divagare oltre e rispondere alla tua domanda: in conclusione, non potendo né provare con altri musicisti, né fare concerti, né occuparmi regolarmente dell’associazione musicale di cui sono il direttore artistico, sì, direi che la mia routine quotidiana durante il lockdown è totalmente cambiata.

Qual è stato il tuo ultimo lavoro discografico?

Il mio ultimo lavoro discografico pubblicato si intitola Any Morning ed è uscito alla fine del 2019 per l’etichetta inglese Slam. Un cd in duo con Giancarlo Mazzù, straordinario chitarrista con il quale collaboro da quasi un ventennio. Insieme abbiamo pubblicato molto, esibendoci insieme innumerevoli volte, soprattutto negli Stati Uniti anche con vari musicisti dell’area creativa newyorkese. In particolare, condividiamo da anni la nostra visione musicale con due veterani molto apprezzati come Blaise Siwula e Rocco John Iacovone, Anche questo nostro ultimo lavoro in duo si connette a quei luoghi. Si tratta di 10 brani originali (5 a firma mia e 5 a firma di Giancarlo), registrati nel 2019 durante un soggiorno a NY in occasione di alcuni concerti. Il titolo del cd si ispira alla poesia omonima di Bill Zavatsky, poeta e pianista (sua la poesia “Elegy, For Bill Evans” inserita nell’album del Bill Evans Trio You Must Believe In Spring, Warner Bros, 1981). Zavatsky, che abbiamo conosciuto anni fa, ha dato volentieri l’assenso ad accompagnare l’album con la poesia da cui è ispirato, tratta dal suo libro Where X Marks The Spot (Hanging Loose Press, 2006).
Mi ritengo molto privilegiato a portare avanti una collaborazione così duratura con Giancarlo Mazzù, e verificare che il nostro legame mantenga sempre identica intensità e natura positiva. La componente umana ed il vissuto extramusicale rimangono l’elemento portante anche nella musica.
Proseguendo nella risposta, in realtà un altro lavoro discografico sarebbe dovuto uscire in questo periodo. D’accordo con la etichetta Almendra – eccellente realtà palermitana, scuola di pensiero più che una attività legata alla produzione di cd – abbiamo deciso rimandarlo di un paio di mesi, dato il periodo di emergenza sanitaria. Si tratta di una pubblicazione per piano solo a cui tengo molto, che completa un percorso iniziato con l’album At Home With Zindars, uscito 10 anni fa, legato al compositore Earl Zindars, che, sebbene autoprodotto, ha ricevuto accoglienza e riconoscimenti oltre ogni mia aspettativa. Earl Zindars fu connesso a Bill Evans da una forte empatia musicale, tanto che quest’ultimo eseguì durante tutta la sua carriera un gran numero di brani a firma del compositore. Il mio cd del 2010 racconta un viaggio alla scoperta di Zindars, attraverso la affettuosa collaborazione della sua famiglia, nei suoi luoghi: il suo pianoforte, la sua casa, la famiglia e la narrazione della loro storia.
Questo nuovo album prenderà il titolo dalla poesia di Zindars “To New Life”e sarà diviso in due parti: la prima live, tratta dal mio concerto al Maybeck Recital Hall di Berkeley dell’aprile del 2018, e la seconda, registrata allo Zeit Studio di Palermo.

Dico una cosa abbastanza scontata per chi ti conosce; il tuo pianismo è molto eclettico e in grado di spaziare in vari ambiti e contesti sonori. Ti senti un jazzista?

Sì, se per jazzista si intende quel musicista che ha come principale obiettivo l’essere in ascolto degli altri, in costante ricerca di se stesso, per raccontare una storia.
Ho l’impressione che negli ultimi anni si sia perso lo spirito esplorativo fondamentale nel jazzista, che diventa una categoria, con comportamenti e regole omologate, alle quali magari io stesso non riesco sempre a sottrarmi.
È rischioso considerare il jazz come linguaggio predefinito, perché ciò implica che si possa negare spazio a chi ha urgenza espressiva autentica derivata dalla naturale complessità del vissuto artistico.
In questo senso, ringrazio il cielo che siano stati compresi e celebrati (anche se molto meno del dovuto) pianisti come Paul Bley, che hanno spianato la strada per un pensiero libero e melodico, semplice e complesso, coraggioso e mai stereotipato.
Comunque sia, se facciamo riferimento esclusivamente alla musica afroamericana cui usualmente rivolgiamo il pensiero quando si parla di jazz – pur amando profondamente quei musicisti da Monk a Davis a Coltrane a Coleman – non mi sento esattamente un fedelissimo.
Credo fortemente nella componente americana, e la immagino influenzata dalla risultante dell’incontro di compositori/musicisti di origini diverse. Mi viene in mente il fenomeno di Tin Pan Alley, penso ad autori come Gershwin, Copland, Stravinsky, Bernstein (e ancor prima mi riferisco alle influenze, per me di identico fascino, tanto di Stephen Foster che di Scott Joplin). Autori connessi alla tradizione europea, che si trovavano a respirare la stessa aria, scambiandosi le informazioni nello stesso luogo e nello stesso tempo, vivendo contemporaneamente – ma in maniera tangenziale – l’elettricità di Ellington, Basie, Whiteman, Kenton e mille altri.
L’approccio con il pianoforte e il mio sentire musicale, che sin dall’infanzia erano collegati ad una improvvisazione influenzata non esclusivamente dal jazz, ma da varie musiche (dalla classica a Broadway, dalla light-music, alla stessa disco-music), una volta imbattutisi in Bill Evans – avendo assistito personalmente ad un suo concerto a Londra nel 1980 – ne sono stati completamente attraversati. Credo dunque che questo mio eclettismo derivi soprattutto dall’aver convissuto da quel giorno con la musica di Evans, dal non averlo mai saputo imitare, ma forse di avere assorbito un po’ del suo messaggio legato a considerare la musica in maniera universale, sempre attraverso una propria prospettiva. Spero sia andata così.

Sei anche il direttore artistico della Filarmonica Laudamo di Messina, una realtà fondamentale in Sicilia in cui si programmano concerti di musica classica, contemporanea e jazz. Probabilmente possiamo considerarla la tua naturale estensione, il luogo delle tue passioni e delle tue visioni estetiche. Come pensate di riprendere quando sarà passata questa fase critica?

La prossima sarà l’ottava stagione che conduco e – lockdown o meno – la Filarmonica Laudamo compirà un secolo di vita.
La tradizione della Filarmonica Laudamo è specificamente classica, con sporadiche incursioni nei nuovi linguaggi. Ho pensato, però, nei limiti del possibile, data la mia formazione non squisitamente accademica, di dare una spinta anche dal mio personale punto di vista.
Pur mantenendo il percorso domenicale usuale con una predominanza di appuntamenti connessi alla tradizione classica, ho creato una serie trasversale di concerti/progetti infrasettimanali dal titolo Accordiacorde (titolo creato da Enrico Vita con cui abbiamo co-diretto la prima di queste stagioni) arrivata oggi all’8ª edizione. Questa serie, ha provocato la creazione di un vero e proprio pubblico off, di tutte le età che è andato sempre aumentando, in gran parte diverso da quello degli abbonati “tradizionali”. È come se ormai convivessero due stagioni diverse, con due anime differenti. Anche tu Francesco – insieme a Gianni Lenoci – sei stato ospite un paio di stagioni fa per Accordiacorde, e ci avete regalato un concerto memorabile.

L’altra azione che sto cercando di portare avanti è la creazione sul territorio di una vera e propria scena musicale. Sotto questo profilo ho intensificato la collaborazione con il Conservatorio di Messina e con tutti gli ensemble a esso connessi (Orchestra di Fiati, Orchestra Sinfonica, Big-Band Jazz ed ho ideato una Selezione di Ensemble da Camera di studenti, giunta alla terza edizione, attraverso le quali, le formazione prescelte si esibiscono in stagione).

Quella che è la vera e propria estensione della mia visione estetica e delle mie passioni è la Filarmonica Laudamo Creative Orchestra, ensemble multigenerazionale dell’Area dello Stretto formato da circa 40 musicisti provenienti sia dalla classica che dal jazz per un progetto di convivenza naturale fra i musicisti. È un ensemble che nasce per eseguire musica di alcuni importanti personaggi del presente, iconoclasti disposti a sperimentare con noi la loro scrittura e il loro modo di fare musica: Dave Burrell, Rocco John Iacovone, Blaise Siwula, Salvatore Bonafede, la ICP Orchestra Instant Composers Pool, Karl Berger e Ingrid Sertso, in collaborazione con il Creative Music Studio di Woodstock e, la prossima stagione, Adam Rudolph.

Karl Berger, che ha amato molto la nostra orchestra, ha accettato con entusiasmo il ritorno a dirigerci, con un nuovo concerto, previsto per il 19 aprile scorso, ma che l’emergenza sanitaria ha impedito. Tuttavia, e rispondo anche alla tua domanda legata al futuro delle attività della Laudamo, Berger ha appena terminato di realizzare una suite per la nostra orchestra con un linguaggio adattabile anche al periodo che stiamo vivendo. Riprenderemo dunque a provare on-line o di presenza a piccole sezioni – quando le prescrizioni governative lo consentiranno – approntando tutte le cautele necessarie. E comunque, il percorso dell’Orchestra è altamente creativo, e di conseguenza l’adattamento dei musicisti rispetto ad un materiale musicale anche non “tradizionale”, permette a tutti noi, a seguito del percorso formativo di questi anni, di essere pronti e fluidi anche per eventuali nuove forme di comunicazione musicale. In questo senso, il percorso “alternativo” della Filarmonica Laudamo ci dà grandi speranze per affrontare preparati, sotto ogni profilo, qualsiasi futuro.

Sempre per rispondere alla tua domanda, in via generale, riprenderemo comunque la nostra attività seguendo le linee guida del Ministero e della Regione, che speriamo saranno chiare. E comunque ci adatteremo alla situazione, ciò significa esser pronti a dover realizzare con qualunque ipotesi di budget gli eventi. Nonostante la nostra storia, e il nostro grande impegno sul territorio attestato un po’ da tutti, i contributi regionali, invece, sono stati abbattuti già quasi del 40 per cento. E penso che, data l’emergenza sanitaria, la situazione non andrà migliorando. Spero comunque di poter tenere in piedi una buona programmazione anche seguendo le mie idee da “indipendente”, associando il low budget alle buone idee. Ho sempre creduto che un progetto di qualità e di spessore sia sempre superiore al miglior recital di routine.

La Filarmonica Laudamo è un ente prestigioso e deve garantire innanzitutto per il proprio pubblico un’alta qualità delle proposte. Ma talvolta si rischia di confondere l’alta qualità con l’alto costo. Pertanto, bisognerà agire con attenzione ed avere delle linee di programmazione serie, non casuali. Se dovremo ad esempio muoverci con delle proposte limitate al territorio ci troveremo pronti, così come se saremo riabilitati a riprendere regolarmente i concerti per come programmati.

Che rapporto hai con il tuo strumento? Conflittuale? Simbiotico? Assiduo? Altalenante?

Ho iniziato a mettere mani su uno strumento sin da piccolissimo, senza alcuna costrizione. A casa mia nessuno ha mai preteso che io dovessi studiare musica, né meno che mai pensavano che la musica nella mia vita potesse avere implicazioni professionali. I miei amavano che potessi esprimermi attraverso la musica, senza prescrizioni imposte. Questa cosa mi ha sempre lasciato molto libero, sicché la libera esplorazione è stata attività che non è mai cessata dal momento in cui ho iniziato a mettere mani su uno strumento, che fosse una batteria o una tastiera giocattolo, quand’ero piccolo, oppure oggi, quando capita, un grancoda in una sala da concerto.
Credo che per questo il mio rapporto è di serenità con il pianoforte.
Pur dedicandomi allo strumento da sempre, in realtà mi sono laureato in giurisprudenza ed ho esercitato a tempo pieno l’attività di avvocato per circa 15 anni. Mio padre era un avvocato molto apprezzato, ed era abbastanza naturale che io seguissi le sue orme.
Certo, quando ho iniziato a esibirmi in pubblico professionalmente – ed è avvenuto da grande, dopo i 25 anni – la mia vita musicale è totalmente cambiata. Tuttavia ho sempre cercato di mantenere lo stesso approccio gioioso nei confronti del pianoforte, anche nelle occasioni più rigorose.



Parlaci dei tuoi ultimi ascolti e come vedi la situazione musicale in Sicilia, visto che il tuo è, per certi aspetti, un osservatorio privilegiato. Trovi fermento oppure una sostanziale stasi?

Sono decine, forse centinaia, gli artisti siciliani che presentano proposte per la Laudamo. Preferirei, quindi, approfondire la seconda parte della tua domanda.
In Sicilia ci sono un fermento ed una quantità e qualità immensi, si tratta di un vero e proprio continente musicale. Non vivo ovviamente le altre regioni, perché sto a Messina, ma arrivano alla Filarmonica Laudamo centinaia di proposte da tutta Italia (oltre che dall’estero).
L’unico problema che riscontro è la mancanza di comunicazione fra le belle correnti musicali siciliane, che se in contatto, e aperte allo scambio, potrebbero portare ad una crescita esponenziale del contributo culturale della Sicilia e farla diventare uno dei simboli della cultura musicale contemporanea.
Sicché la stasi non è certamente dal punto di vista creativo. Forse di stasi si può parlare sul fronte strettamente operativo e, soprattutto nel piacere direi “professionale” di scambiare le proprie risorse fra i territori. Magari questo periodo aiuterà a liberare la propria disponibilità verso ciò che non fa parte del conosciuto.
Mi fa piacere che in questo momento tutti parlino di fare comunità anche fra musicisti. In realtà era questo l’obiettivo primario per cui mi sono impegnato sin dal primo anno di conduzione della Laudamo – per quanto riguarda l’Area dello Stretto, ma forse anche un po’oltre. Quindi spero che ora un po’ tutti procedano in tal senso.
Tornando alle proposte che arrivano, sono variegate e interessanti. Tu lo sai, sono proprio tanti i musicisti siciliani che invito in stagione, sicché la mia doglianza è quella che – per ovvi motivi – non c’è lo spazio per accogliere tutte le proposte di qualità. Che si tratti di jazz, che si tratti di musica di ricerca, che si tratti di classica o barocca, noto sempre lo sforzo di un pensiero sotteso ed una cifra stilistica ben delineata. Spesso veri e propri progetti creativi, che non si limitano al solo fatto esecutivo.
Certo poi, anche in Sicilia ci sono gli integralisti del manierismo, dello stile, o del linguaggio “puro”, ma è una dicotomia che fa parte da sempre del mondo musicale.

Concludiamo con la solita mia domanda finale: una tua definizione di “protezionismo” e “tutela” applicata all’arte.

Se per protezionismo intendi: promuovere esclusivamente ciò che viene prodotto in Italia, senza alcuno scambio con l’esterno, ed escludendo ciò che potrebbe essere importato, non credo che faccia parte del mio pensiero, né mi sembra appropriato connetterlo con l’arte che è il frutto quasi sempre di uno scambio, perché solo dal confronto con altre culture possiamo parlare di crescita.
Per quanto riguarda la tutela dell’arte, questa ha uno specifico significato giuridico, ma non credo sia questo quello che vuoi sapere da me.
Tutelare l’arte, in generale, significa che ai posti giusti si trovino le persone giuste, con le necessarie competenze, che riescano a cogliere ciò che è realmente significativo per la diffusione di essa. Una vera tutela dell’arte non favorisce quasi mai le culture di massa. Questa prassi, purtroppo, ha ormai preso piede, e la si usa soprattutto per compiacere coloro i quali non sono realmente interessati, allontanando il pubblico reale.
Tutelare l’arte significa oggi che lo Stato riconosca responsabilmente il fatto che essa è fondamentale per la vita del Paese, ed i governanti sono tenuti a riconoscerle il giusto spazio, smettendo di considerarla un inutile peso.
Non più contentini, ma in Italia oggi si richiede un grande progetto di riqualificazione del suo ruolo, per recuperare la grave perdita di sensibilità nei confronti della bellezza e dei sentimenti, che consenta finalmente di spingere tutti noi ad un livello più evoluto.