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Francesco Cusa - Official Website - Recensione di "Thor Ragnarok" di Taika Waititi (8) per Cultura Commestibile

Recensione di "Thor Ragnarok" di Taika Waititi (8) per Cultura Commestibile

2017-11-12

Joss Whedon, il regista di “The Avengers”, ha definito il film di Taika Waititi “un capolavoro del cinema moderno”. E ci sentiamo di condividere con forza questa dichiarazione, giacché ci siamo divertiti ed emozionati rivivendo le magiche atmosfere asgardiane pregne di mistero come poche volte dai tempi delle chine di Jack Kirby. La Marvel rischia puntando sullo sconosciuto regista neozelandese, ma il risultato è a dir poco magnifico. I dialoghi sono pregevoli, (per non dire del cast: Chris Hemsworth, una sontuosa Cate Blanchett, Mark Ruffalo, Anthony Hopkins, Jeff Goldblum) e sorprendente è la miscela tra lo humor di casa Marvel e le atmosfere apocalittiche, appunto da Ragnarok, che caratterizzano questo ultimo Thor (anche se molti critici hanno stroncato il film proprio a causa di questo “mood”).
Questo terzo episodio della trilogia, ci offre il semidio Thor in vesti pacchiane e a tratti clownesche; in ciò sta la trovata geniale del film, giacché i toni da commedia, sofisticati e mai banali, contribuiscono a valorizzare l’integrità dell’impianto “filosofico” dell’opera, dalla trama intricata, complessa e frutto di una densità di scrittura risalente al 1962. C’era infatti da tenere insieme i fili della trama, di una saga che vedeva in questo terzo capitolo la fine di Asgard, c’era da risolvere il dilemma dei “Due Guanti dell’Infinito”, c’era da mettere in scena la fine di un sistema-mondo, dell’Oltremondo.
Taika Waititi ha fatto tutto questo, è riuscito a creare una dinamica originale all’interno di un microcosmo Marvel in perenne evoluzione, e lo ha fatto senza scadere nella parodia. La distruzione di Asgard è necessaria all’evoluzione del popolo e gli asgardiani non possono essere identificati con un luogo (non pochi avranno avuto modo di rimarcare il parallelismo con la storia degli ebrei e Israele).
Abbiamo ancora negli occhi e nelle orecchie le concitate scene di combattimento accompagnate dalle note di “Immigrant Song” dei Led Zeppellin, a nostro avviso una scelta davvero efficace.
Una chiosa finale: molti sottovalutano il livello contenutistico dei lavori targati Marvel, soffermandosi sulla superficie della visione. Parafrasando Lacan: “La verità ha la struttura della finzione”. Dunque Asgard è il non-luogo per eccellenza, e tutti i personaggi sono tali grazie al costume che indossano (identità simbolica). Nel film entra più volte in scena l’elemento fallico (vedasi il fallo di Hulk) e dunque l’infame, lacaniana “castrazione simbolica”, insomma la maschera assunta del significante che rappresenta il Soggetto. Ma sono argomentazioni che, forse, ci porterebbero troppo lontano.

FC