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Francesco Cusa - Official Website - Recensione di "Tommaso" di Kim Rossi Stuart (7)

Recensione di "Tommaso" di Kim Rossi Stuart (7)

2016-10-09

http://www.lapisnet.it/il-magazine/tommaso-di-kim-rossi-stuart/
“Tutte ste donne non si possono toccare sono irraggiungibili. Vorrei prenderle per strada. La vita va via. Ho 40 anni. Spegni il cervello.Telefona a una donna”. Sono frasi di Tommaso, prese in sequenza casuale durante la visione dell’omonimo film di Kim Rossi Stuart, a segnare il tono frammentario, contratto, psicotico di quest’opera mal riuscita, nata “storta”. Certamente non giova alla cifra estetica dell’opera l’imbarazzante scimmiottanento del Moretti di “Bianca” da parte di un Rossi Stuart totalmente fuori contesto (in questi panni). Tuttavia, per fortuna, e a dispetto di tante feroci critiche, “Tommaso” è anche molto altro (foss’anche involontariamente).
È un film sull’irraggiungibilità dell’appagamento del desiderio, e sulla naturale devianza che porterà alla “sragione”, ovvero a ciò di cui scrive, o meglio, narra, Foucault: una componente della follia inglobata all’interno della razionalità borghese a partire dall’età classica. In questo senso la figura ridicola e paternale dello pseudo psicologo che invoca ancora il bambino-Tommaso smarrito, da prendere per mano per un improbabile risarcimento, è forse il tentativo riuscito di ridicolizzare la retorica del transfert.
Tommaso è ossessionato dalla donna-bolla, dal culo infinito, dalla replica costante nelle peculiarità dell’imperfezione, dal calco di Dio, dalla distanza che separa ogni essere sensibile, dalle molestie del dettaglio, del difetto fisico, dall’ossessione dei vermi, del corpo, della putrescenza. In altre parole, Tommaso, “ha ragione”: è un folle e come tutti i folli, puzza di santità. Non si sottraggono al desiderio-martirio neanche le donne-manichino, in un ideale plastificato dell’amplesso che rimanda a certi personaggi dei racconti di Claudio Morandini.
Il film è intriso di una ingenua e didascalica narrazione simbolica. Ad esempio, la processionaria colma di vermi sull’albero sembra simboleggiare la placenta che contiene il feto; la madre oscena, la detentrice del trauma che nutre Tommaso di vermi nel sogno reale e materico indica la dannazione della procreazione ; la “verace “, la “ciociara” Camilla Diana, l’idealizzazione, in una delirante onirica rappresentazione che la ritrae come la donna in cinta di un quadro rinascimentale.
Lei è l’essere che pare dar pace e luce all’amore amore agognato, bramato, impossibile di Tommaso. Ma anch’essa rivelerà il suo lato spietato, mostrandosi quale semidivinità cannibale e crudele, ennesima punizione inferta dalla Natura allo strampalato soggetto. E così, immerso nell’anacronistico delirio lucido di un’epoca non sua, Tommaso cade dall’albero della Vita e della Morte, scioccamente, come sciocca è la sua vita, nel tentativo maldestro di recidere il bozzolo, la processionaria piena dei vermi della nuova fecondazione (sembra una vergognosa riduzione di una ipotetica novella del Boccaccio). Ciononostante egli riesce a far fuoco, a purificare il frutto marcio, la devianza, ad estirpare ogni male dalla Terra. Tali vicende paiono funzionali al solito trito gioco simbolico del transfert: il padre nel bozzolo, il sé-bambino che scompare nel tunnel, il ritorno allo stato prenatale, la fuoriuscita dalla dimensione del reale nella la spiaggia-limbo che ri-accoglie il Bambino Tommaso ecc.
E qui si spezza l’elemento irrazionale che pur avrebbe concesso a quest’opera imperfetta altre chances: il film ripiega dunque in una chiusura banale, oserei dire sconclusionata. Però occhio a sottovalutare la forza molesta di quest’opera, comunque anomala per la miserabile prospettiva offerta dall’attuale cinema italiano.