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Apologia di DONATO INGLESE

2015-05-31

Apologia di DONATO INGLESE
LETTERALMENTE UN IMPROVVISATORE, UN GRANDE TALENTO COMICO, UN FUSTIGATORE DI COSTUMI.


Sarebbe troppo semplicistico e riduttivo relegare l’opera di Donato Inglese alla vulgata dominante dei video-commentatori sul web che oramai imperversano dopo ogni match calcistico.
Inglese usa a pretesto il calcio, il suo è un eterno “funerale al match”, un rito che simboleggia la “fine di ogni evento” e che dà voce all’irrazionale calcistico tramite la celebrazione di ogni accadimento a colpi di insulti e parole scurrili (oltre che da sprazzi di analisi tecnico-tattica pregevoli).
“Dovete ascoltare il Maestro! Il Maestro ha sempre ragione! Non capite un cazzo! Mettete subito i ‘mi piace’ a questo video che dobbiamo arrivare a…! Se non partecipate vi cancello!”.
Questi sono solo alcuni esempi di come Inglese si relaziona con il suo auditorio, e già questo aspetto, il piglio autoritario che giunge financo al disprezzo del proprio pubblico, mostra la differenza peculiare, oserei dire autoriale, di Inglese rispetto ad altri scialbi epigoni del settore.
Tant’è che, a nostro avviso (lo diciamo da interisti consumati), Donato Inglese raggiunge il suo apice quando l’Internazionale perde o produce prestazioni imbarazzanti (la qual cosa, ahinoi, è fatto ricorrente negli ultimi anni). Solo allora il campionario di male parole, insulti e invettive contro questo o quel giocatore, raggiunge vette di rara fantasia cruenta e vibrante, e il passaggio tra innocenza e malizia, purezza e corruzione, si ottiene mediante una catarsi del soggetto che diventa “assoluto”. Il dileggio e la teatralizzazione del dramma calcistico – la furia raggiunta in certe “puntate” è davvero enorme,- sono atto di finzione attoriale, crudele in senso artaudiano; “verità”in quanto rappresentazione formale del verosimile, “messa in scena” nella sua più tragica essenza (ricordiamo il Barthes in “Miti d’oggi”). La faccia e il corpo di Donato Inglese campeggiano assumendo la realtà ontologicamente, quasi a mostrare l’assurda tesi che ogni fatto calcistico è scaturigine che si promana dal “corpo del Maestro”, dalla Cosa Unica che fagocita il Divenire e dunque anche il Passato. E’ come se la partita domenicale o infrasettimanale fosse stata giocata in un universo parallelo, in un luogo remoto e senza tempo: ecco la “sostanza che diventa soggetto”, il “tutto è già accaduto”; in altre parole Donato Inglese ha il merito di cancellare l’evento, di porlo su un piano differente della percezione, come se questo non fosse mai “stato prima”. E per fare questo, utilizza il paradosso della provocazione – “voi non siete competenti, Io sono competente e dovete fare come dico io!”, oppure “Io sono un grande Maestro di Musica e ne capisco mille volte più di voi fetenti” ecc.- che suscita risate furenti nel fruitore, esorcizzando il male tramite il male stesso, omeopaticamente, inserendo elementi “altri” (“sono un grande cornista classico”) al solo scopo di marcare uno spazio, una differenziazione tra Sé e il Resto del Mondo.


Donato Inglese, il quale tutto è fuorché uno sprovveduto, è letteralmente un improvvisatore, un grande talento comico, un fustigatore di costumi. E’ un improvvisatore che però utilizza alcuni canovacci, o leit-motiv: l’armadio marrone di casa è un oggetto feticcio, la scenografia essenziale di un dramma proletario; oggetti feticcio sono pure i vari gagliardetti sullo sfondo e le magliette da lui indossate, vere e proprie àncore in senso lacaniano, o volendo l’”àgalma” de “Il Simposio”, il simbolo che sfugge alla simbolizzazione (nel caso di gagliardetti e magliette, simbolo irriducibile di “interisticità”).
Un altro grande merito di Inglese è quello relativo all’uso della lingua, il foggiano, che nelle sue invettive diventa idioma universale e comprensibile, una sorta di “slang” fascinoso e ideale per veicolare meglio i concetti. Nel far ciò, Inglese non si preoccupa minimamente di “indorare la pillola” e il dialetto foggiano diviene il “media” neutro che unisce Soggetto e Oggetto, il collante su cui si scaricano le tensioni, le rabbie e volendo i sensi di colpa che stanno alla base di questa divisione. Questo genera una scurrilità di fondo che non scade mai nella volgarità fine a se stessa, una proiezione surreale sui fatti che vengono investiti da una “mise en abyme” della parodia stessa.
I tempi comici di Donato Inglese sono quelli della nostra commedia – Totò e Peppino, Franchi e Ingrassia,- ciò è palese anche nella maniera di ammiccare alla camera e nella capacità di sostenere il discorso in primo piano, come il mezzobusto del commentatore del TG che tutti noi vorremmo nelle nostre case ad ora di cena. Personalmente, non mi perdo un suo solo video.
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