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Francesco Cusa - Official Website - Recensione di “Birdman” di Alejandro González Iñárritu (9)

Recensione di “Birdman” di Alejandro González Iñárritu (9)

2015-02-08

La sensazione è che Birdman sia il film che aspettavamo da tempo. A colmare il vuoto di una metafisica contemporanea annichilita dal feticismo del “dejà-vu”, ecco il manifesto del nostro contemporaneo flaccido, l’opera corale che veste la fenomenologia del nostro tempo. Per tutta la durata del film non ho potuto fare a meno di pensare al libro monstre “Infinite Jest” di D. F. Wallace, perché questo film, nei limiti della sua fisiologica durata, è un’opera titanica che descrive l’epoca, un colosso dal cuore di farfalla.
È a questa intima e irriducibile parte – al residuo di Reale, al plus-oggetto che elude la simbolizzazione,- che Wallace ed Iñárritu (pensiamo a “21 grammi”) mirano, cioè all’eternizzazione di una prospettiva ideologica atta a superare i limiti della virtualità (il nuovo Reale). La scuola di tennis nell’opera di Wallace e il teatro di Broadway in Birdman sono solo luoghi-feticcio, miniature d’universo in cui si scimmiotta la vita, microcosmi governati da schemi e norme secolari del tutto vane – e qui sta la perversione – al di fuori del Contesto.
Riggan Thompson (uno strepitoso Michael Keaton) è ossessionato dalla maschera, il supereroe che gli ha garantito il successo cinematografico (Batman nella realtà-finzione del Keaton-Wayne), e da essa vuole liberarsi (Birdman appare e scompare, è una voce interiore, il Super-Io tentatore che rappresenta l’industria del profitto e del successo). Il suo scopo è quello di realizzare un adattamento del racconto di Carver – “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”,- di misurare le sue qualità attoriali e registiche nell’olimpo del teatro e cioè a Broadway. Ma naturalmente, al di sotto della maschera si nasconde un ulteriore inganno e la contromossa non può essere che quella di una rinnovata fuga nella fantasia, come nel “Brazil” di Terry Gilliam il sogno eroico dell’uomo-farfalla in lotta con l’assurdo di una società totalitaria.
È evidente che a Riggan non basta il successo e che Inarritu è interessato alla fascinazione della sovradeterminazione simbolica, a ciò che rimane, alla Cosa irriducibile, al significato ultimo. Oggi il “totalitarismo” espleta la sua ideologia con la tirannia dell’apparire (Riggan in mutande e i migliaia di tweet, la foto del suo volto tumefatto postata immediatamente dalla figlia sui social network), e condanna alla schiavitù del godimento che non concede tregua, spazio, respiro. Da questa prigione Riggan non può fuggire, e nel lungo infinito piano sequenza del film, prevalentemente sonorizzato dalla batteria scarna di Antonio Sanchez, la frizione tra vita e recitazione si fa sempre più labile fino ad implodere nella singolarità della rivelazione: sono i momenti più sinceri in cui Riggan riscopre l’amore per la moglie e la figlia, analizza gli errori del passato, computa e sovradetermina.
Più che l’amore parrebbe essere la “Verità” il reale oggetto del desiderio del film: Edward Norton la cerca nella vita fuori dalle scene (“sono vero solo quando recito”), Emma Stone, figlia tossica di Riggan, nel diktat del Super-Io, del padre autoritario che non ha mai avuto (“Obbligo o Verità?”) ecc. ecc.
Peccato per il finale. Se Birdman si fosse concluso con la scena in teatro – il pubblico di anziani in tripudio, la critica del New York Times che fugge via a correggere la stroncatura,- staremmo a parlare di un film sublime. Ma Iñárritu ha voluto aggiungere qualche minuto di troppo…

BIRDMAN di Alejandro González Iñárritu (USA 2014)
Con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan
VOTO [IL GRANDANGOLO NO!] : 9
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