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Francesco Cusa - Official Website - Recensione di "Exodus" di Ridley Scott

Recensione di "Exodus" di Ridley Scott

2015-01-26

Sono andato a vedere “Exodus” e sono stato davvero male. Uno non sa con chi prendersela; di certo si fa il tifo per gli egiziani. Viene naturale, anche se si sa poi come andrà a finire. Non ce la possiamo prendere con Ridley Scott, che gira una pellicola magnifica (dal punto di vista cinematografico) e che – più o meno, con qualche imbarazzante licenza,- quella storia racconta, ovvero quella di Mosé e dell’Esodo Biblico. E con chi te la prendi? Col prete che ti ha raccontato palle al catechismo? Procediamo con ordine. La visione di “Exodus” è consigliata perché, al-di-là-di-ciò-che-sappiamo, un conto è lasciar decantare le simbologie nel nostro inconscio, illudendosi d’essere affrancati da una tale dimensione di follia, un altro è riviverle nella gigantografia dello schermo e con l’ausilio del 3D. I ricordi precipitano in un passato remotissimo, alla visione del monumentale “I Dieci Comandamenti” col Mosé/Charlton Heston, che ci pareva cazzuto, severo ma biblicamente con le rotelle a posto, nella magia del cine parrocchiale, col prete a dare sberle a chi faceva casino. E ci sembrava sacrosanto che il mare avesse inghiottito i “cattivi”, rendendo giustizia all’unico vero Dio, con i giudei-cowboy a trionfare nella magnificenza di quella che allora pareva tecnologia aliena (il Cinemascope).

E ora, rieccomi qui, col mio fagotto di esperienze di vita, a rivivere lo stesso trauma, in un processo fin troppo evidente di inversione.
Le domande che nascono, mentre si assiste alla messa in scena del nostro mito (per atei, cattolici, testimoni di Geova, mormoni, avventisti di non so quale giorno si possa mai essere), sono le più scontate: ma davvero la gente può “credere” a questa caterva di minchiate? A questa grossolana esposizione dei fatti?
Ma, soprattutto, un simile Dio perfido, vendicativo, violento, sterminatore, come è conciliabile con i valori e i concetti professati quali pietà, perdono, carità, rispetto ecc.
(AVVISO AI LETTORI: stiamo dicendo cose fin troppo ovvie, ma ricordiamo che stiamo parlando del “vissuto” dello spettatore medio, della sua triste vicenda allegorica, dello shock da “pellicola nuova”, nella ri-confezione patinata di una robaccia che è al centro della nostra attuale speculazione, della rilfessione ontologica sui “Valori dell’Occidente” messi sotto scacco dagli attacchi ciechi di una cultura sanguinaria. E non la venite a menare con la differenza tra Vecchio e Nuovo Testamento, eh?).
Queste la basi dei valori nostri! Lo sterminio dei piccoli bambini egiziani nella notte, durante una delle famose “piaghe”. Una delle frasi più angoscianti del film di Scott è questa: “Nessun bimbo ebreo è morto stanotte”. La sibila sprezzante Mosé in faccia al disperato Ramses con in braccio il pargoletto morto. È la sua risposta a: “Che razza di Dio adorate, un Dio che uccide i bambini nella notte?” (Ramses sarai pure uno stronzo fichetto, ma dammi qua il cinque dio bono!)

Tornano in mente le dichiarazioni dei Salvini, dei Ferrara, il coro delle menzogne e di chi accusa le altre religioni d’esser violente, d’essere vendicative, portatrici di messaggi di morte e bla bla bla.
Domanda banale ma sacrosanta: ma con che faccia si presentano certi peronaggi in pubblico a fare certe affermazioni? Ecco i politici in parata, a difesa dei nostri valori…quali? Questi!
Nel film “Exodus”, Mosè dialoga con un bambino antipaticissimo e dispettoso (che sarebbe poi Dio), una chiara metafora, a mio modesto avviso, dell’embrionale e nascente culto monoteista, di una divinità appena “sorta” (con buona pace del concetto di Eterno), crudele come solo i bambini possono esserlo: in pratica di una Entità in “formazione”. Questo bimbo appare e scompare. Se Mosè ha qualche titubanza, eccolo ghignare mefitico e saltare fuori a tradimento: “ora ti faccio vedere”. E giù cavallette, alligatori, rane, sangue, insetti, malattie, a sterminare i popoli.

Questo film andrebbe proiettato in prima serata e a reti unificate. È il più grande deterrente contro il nostro delirio di onnipotenza. È la paradossale parabola che ci rende simili al nostro “Nemico” (ovviamente siamo noi il Mostro, altro che “simili”). È una sana abluzione nel demagogico della nostra simbologia farlocca, artificiosa costruzione volta a condizionare menti, ad assoggettare popoli e culture. Tutto è palesemente falso, ma viene vissuto realmente dal nostro inconscio, dal nostro mondo onirico. Viviamo “come se” tutto questo mito corrotto possa essere in qualche modo effettivamente contemplato: lo abbiamo sublimato e codificato attraverso i tabù, le ritualità, le norme, le leggi, i codici, lo abbiamo reso solubile a dispetto del suo detestabile contenuto; esso regola i nostri calendari, scandisce le ricorrenze, abita il nostro quotidiano.
Di più; abbiamo costruito una metafisica della democrazia, l’abbiamo plasmata secondo nuove modalità di sterminio ed oppressione al fine di generare un nuovo Credo Globale: quello degli Oppressori che si sentono Oppressi.

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