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Francesco Cusa - Official Website - Recensione di "Gone Girl" di David Fincher (8,5).

Recensione di "Gone Girl" di David Fincher (8,5).

2014-12-24

Adoro David Fincher. Uno dei miei registi preferiti. Ho amato quasi tutti i suoi film, e in particolare “Seven” e Fight Club”.
Anche in “Gone Girl” Fincher non delude, anzi; questa volta siamo di fronte ad un intreccio hitchcockiano, con la Amy/Rosamund Pike nei panni della donna spietata e fatale. Il tema del doppio, dell’incantamento che sconcerta e attrae nella trappola della seduzione il maschio ricettivo fin dalla notte dei tempi, è il fulcro su cui ruota tutta la storia, grazie alla complessità della trama che si dipana lungo le due ore e mezza.
Finalmente una “femme fatale”, o meglio una “dark lady” che pare la sintesi tra Salomé e Lulù; finalmente il tema della schiavitù, della sottomissione dell’uomo al potere ancestrale del femminino, alla vulva pulsante di Shakti; finalmente una “vamp” in aperto contrasto con l’imperante retorica vetero-femminista e con tutta la paccottiglia isterica che pare dominare l’informazione attuale di un Occidente alla disperata ricerca di coordinate.
Fincher punta direttamente il dito contro la visione stereotipata del sesso “debole” (in realtà il film è tratto dall’omonimo libro di Gillian Flynn, che qui firma anche la sceneggiatura), restituendo valore all’irrazionale uterino, credibilità alla fredda e chirurgica crudeltà della donna vendicativa. Beh, lasciatecelo dire: ce ne eravamo quasi dimenticati, fatta eccezione per l’ultimo Polanski de “La Venere in Pelliccia” (parliamo però di rivisitazione di un classico). Gli eventi sono marcati dal costante, oppressivo controllo dei media, con le scatenate faine-conduttrici dei vari talk show pronte a scagliarsi contro il presunto colpevole – lo sprovveduto Nick/Ben Affleck,- per farne brandelli da consegnare in pasto a un pubblico passivo e inerte (pensiamo alla nostra Barbara D’Urso e moltiplichiamo il tutto per dieci).
Questo coro mediatico è il centro nevralgico dell’opera, l’altare celebrativo dell’Io collettivo che si genuflette alla fascinazione dell’orrore, che brama il sacrificio d’un capro espiatorio. Fincher, memore della lezione impartita con “The Social Network”, orchestra un thriller anomalo e spiazzante, analizza l’ossessione borghese del suo eterno perpetuarsi, la fine dei sogni e il naufragio dei valori ritualistici.
Amy, che è una sociopatica prigioniera di un mondo dorato fantastico e per nulla disposta a rinunciare alla cornice ideale di coppia, è la regista meticolosa e spietata di un tranello, di un ordito concepito per ristabilire una qualche forma di ordine, di gerarchia tra reale e fantastico, o meglio tra Reale e Ideale. Per dirla con Freud, è la forma stessa del sogno a rappresentare il suo contenuto latente, e dunque è nella stessa struttura di “Gone Girl” (nel “corpo dell’opera”) che vanno collocate le azioni e le schizofrenie di Amy, nel suo universo olografico privo di tempo e di spazio, nel suo mondo fatato di scrittrice fantasy di successo. Dapprima la sua assenza, poi la sua presenza: ciò che terrorizza il maschio è questa immanenza uterina, generatrice di vita e dispensatrice di morte, nel silenzio dell’ovvio, nella banale routine della vita di coppia. Ben Affleck è il candidato ideale, ed in questo senso, la scelta di Fincher è perfetta.
E’ come vedere due film contemporaneamente: la virata a circa metà dell’opera è da manuale del cinema. Forse un po’ scadenti i dialoghi (ma pare che ci sia stata una assoluta fedeltà al testo, dunque di ciò semmai imputiamo carenze al libro). Da vedere assolutamente per trascorrere un Natale sereno e gioioso in coppia.

L’amore bugiardo – Gone Girl (USA, 2014) di David Fincher
Con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Kim Dickens
Voto Il Grandangolo no! : 8,5
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