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IL JAZZ IN ITALIA E LE SUE ANOMALIE.

2013-10-28


IL JAZZ IN ITALIA E LE SUE ANOMALIE.

In macchina stavo ascoltando una trasmissione calcistica, classici commenti del post partita. Uno spettatore telefona e chiede ai commentatori come mai i talenti nostrani, ai giovani del nostro calcio, che pure esprime un vivaio tra i migliori, viene dato così poco spazio rispetto ai giovani stranieri eccetera eccetera. Riflettevo su fatto che, perfino un mondo come quello dell'industria calcistica in Italia, in cui si muovono cifre stratosferiche, esistono delle regole, delle calibrazioni all'importazione di giocatori stranieri. Per esempio nel settore giovanile, cito: "In particolare, il comma 11 della disposizione, stabilisce che “le società della Lnd possono tesserare, entro il 31/12, e schierare in campo un solo calciatore straniero, ovvero una sola calciatrice straniera, che siano stati tesserati per società appartenenti a Federazioni estere, purché in regola con le leggi vigenti in materia di immigrazione, ingresso e soggiorno in Italia…".
La mia mente è andata subito al parallelismo con la situazione attuale delle condizioni del musicista di "jazz" (mettiamo virgolette) in Italia. Molti di noi sanno, ma non forse tutti, quindi occorre ribadirlo, che far suonare un musicista italiano (messo in regola, sia chiaro, essendo quasi sempre una prassi quella di farci suonare in nero) costa a livello di tassazione di più rispetto ad uno straniero. Questa è un'altra perla che, in qualità di italiani, possiamo vantare, con assoluto primato, nei confronti del resto del mondo. Insomma, riflettevo e rimuginavo sulla nostra vita, sulle nostre vite precarie. Siamo l'unica categoria di precari "non incazzata". Viviamo nella costante incertezza lavorativa e purtuttavia assumiamo un atteggiamento silente, remissivo in molti casi. "A parlare deve essere la musica": è la frase che sento spesso dire dai colleghi. Uno slogan brandito virilmente ma del tutto inconcepibile. Sarebbe come chiedere ad uno scienziato o a un ricercatore di usare equazioni d'una certa complessità, la matematica, per rivendicare il proprio diritto alla meritocrazia e al lavoro. C'è insomma una sorta di pudore, infantile pudore, sparso per generi e sottogeneri, ma comune un po' ad ogni livello. Una silente rassegnazione che serpeggia, un sussiegoso rispetto di non si sa bene cosa. Di non urtare forse le sensibilità, certe sensibilità, scendendo in campo di sol strumento armati, in attesa d'esser notati, recepiti, accolti e rifocillati dalle Locande Festivaliere, e dai Nobil'uomini delle Caste Superne. MI fa specie soprattutto vedere questi eserciti di ragazzini, sperduti nei conservatori, girovagare in disgraziate jam sessions, ammaestrati dal Verbo…in silente attesa. C'è come un senso del tragico in questo sbigottimento, in questo ciondolare di teste per circoli di quinte e vicoli ciechi. Dovrebbero essere incazzati sti ragazzi! Quale futuro lavorativo gli si prospetta? No. I jazzisti sono diversi. Non andrebbero mai da Santoro a dire la propria (qualora gli fosse, per assurdo, consentito). "Il deserto dei jazzisti", per parafrasare Buzzati. Pronti e preparati in attesa del…nulla. Le accuse che spesso vengono mosse - di quelle che tagliano le gambe ai più fragili - sono quelle di vittimismo, di stare insomma lì a lamentarsi invece di "fare". Riflettiamo: difficilmente si parlerebbe di vittimismo nel caso di serrate in difesa del pomodori di Pachino, o del patrimonio artistico del paesino di Santo Stefano di Sessanio. Non verrebbe in mente a nessun essere dotato di quel minimo patrimonio di intelligenza di utilizzare tale termine sciocco. Viceversa ciò sembra essere prerogativa - il termine di vittimista - di chi rivendica diritti di meritocrazia in questi ambiti e magari lotta per un equilibrio maggiore all'interno delle programmazioni nel territorio nazionale. C'è allora un'altra parola, molto più pertinente: questa è tutela. Tutela di un patrimonio artistico, che in questo caso è artistico-musicale, non "protezionismo", bensì logica del bilanciamento, un'azione tesa a stabilire un sistema di regole necessarie a rendere quantomeno sopportabile - non diciamo a risolvere - questo gap tutto nostrano. Di quali strumenti dispongono i musicisti italiani, oltre a quelli necessari ad esprimersi? Praticamente di nessuno. Il confronto con i colleghi stranieri è del tutto impari. Nessuna possibilità di ottenere finanziamenti per viaggi all'estero, produzioni discografiche e quant'altro (i nostri organizzatori sanno bene cosa significhi avere la garanzia dei voli coperti, in termini di costi). Una situazione a dir poco allarmante in cui vige una sorta di omertà da chiesa, catechistica, punitiva e ghettizzante, nei confronti di chi ha l'ardire di denunciare lo stato delle cose. Potrei fare mille riferimenti, ma non è questa la sede. Immaginate insomma un sistema calcio, per ritornare al parallelismo iniziale, che esprima leggi volte a tutelare gli stranieri ed i già miliardari Buffon, Balottelli e De Rossi. Bene, più o meno questa è la situazione jazzistica italiana attuale, e volendo potremmo ricorrere a tanti parallelismi con tutte le figure manageriali, presidenziali, di sponsor e direttori generali, in un gioco di rimandi infinito, ma quantomai pertinente. A me piace essere giudicato per la musica che propongo e faccio. Per poterlo fare necessito di alcune basilari regole che regolamentano il mercato di questo settore. Regole di civiltà, non privilegi di casta. A fronte degli immani sperperi esigo un sistema ponderato e ricettivo: legale. Altrimenti saremo sempre in balie delle bizze e/o delle simpatie dell'ultimo degli organizzatori di turno, di chi magari ha scoperto Ayler nel giorno dell'Anniversario e Coleman in quello del Ringraziamento.

Francesco Cusa