SPECIAL PRICE STORE
Francesco Cusa - Official Website - Decennale di ALTAI. Wu Ming scrive...

Decennale di ALTAI. Wu Ming scrive... - il:2019-11-19

https://www.wumingfoundation.com/giap/2019/11/altai-dieci-anni-dopo/

Nel decennale del libro “Altai”, Wu Ming dedica buona parte del suo articolo al nostro album “Altai”, realizzato nel 2010 per Improvvisatore Involontario con Skinshout - Gaia Mattiuzzi e Francesco Cusa -, e guest Xabier Iriondo.
L’album è stato reso disponibile all’ascolto.
Ricordo bene il mio approccio alla stesura progettare di questo lavoro. Avevo scelto dei frammenti del romanzo per creare delle evocazioni e suggestioni all’improvvisazione, che sarebbe stata condizionata dal canovaccio stesso del testo scelto.

3. Il taglio e l’urlo della pelle

Gaia Mattiuzzi
L’album Altai fu realizzato dal duo Skinshout (Francesco Cusa alla batteria e Gaia Mattiuzzi alla voce), con la collaborazione del polistrumentista Xabier Iriondo (chitarrista degli Afterhours, all’epoca in procinto di rientrare nella band dopo un intervallo di alcuni anni). Tutti i brani furono registrati e mixati da Iriondo nello studio Metak Zulo il 22 giugno 2010.
L’etichetta era Improvvisatore Involontario, ben più di una label discografica indipendente: casa-madre dell’improvvisazione radicale italiana (e non solo), collettivo espanso, network di musicisti e sobillatori, fucina di accadimenti sonori della cui importanza e radicalità ci si può render conto visitando → il sito ufficiale.
Le liner notes dell’album le scrivemmo noi. Le riproponiamo qui, intervallate dall’ascolto in streaming traccia per traccia.
Note di copertina – di Wu Ming

Xabier Iriondo
Sì, è davvero un «urlo della pelle» quello del duo Skinshout, qui in combutta con Xabier Iriondo e i suoi strumenti inauditi (come il Mahai Metak, subdolo bouzouki dell’inferno). E come suol dirsi, tutto torna: il nostro Altai è infatti un romanzo di grida ed epidermidi urlanti, di scuoiamenti, di uscite di serpenti dalla propria pelle. Questa possibile colonna sonora del libro rende udibile lo skin shout del protagonista, Manuel Cardoso, durante la sua muta, la sua uscita dalla crisalide europea. Metamorfosi che, da bruco, lo trasforma in… un altro bruco. Dalle foci del Po verso oriente, la fuga non è un volo di farfalla, ma uno strisciare ventre a terra. Solo a Costantinopoli si guadagnerà l’ammissione ai vertebrati, nella classe degli uccelli, famiglia dei falconidi. E scoprirà che non basta.
Vm P
d
Fuga da Venezia – 2:50
Settembre 1569, fuga da Venezia. Rumore di passi, sospiri, vocalizzi reali e immaginati. Manuel si aggira per le calli all’imbrunire, braccato dagli sgherri che egli stesso comandava fino a poche ore prima. Una gondola lo porta via, le voci si allontanano nella bruma insieme a San Marco. Sfilano i palazzi, seminascosti dalla tenebra. Più che distinguerli con nettezza, ne avvertiamo la mole. La memoria riempie i vuoti dove gli occhi non colgono. Dissolvimento, dissolvenza.
Vm
Pd
Verso Salonicco – 2:00
Attraverso i Balcani, ancora in fuga, sempre tra acque e terra. Sul fiume Axios attraverso la Macedonia, fino all’Estuario che sbocca nell’Egeo. Stavolta Manuel non è solo, invano chiede dove lo stiano portando. La voce è remota: è l’eco dell’inseguimento veneziano rimasta nelle orecchie? Oppure è ciò che attende più avanti? L’acqua intorno a noi è quella del Golfo Termaico. Benvenuti a Salonicco.
Vm
Pd
Il mercato di Salonicco – 2:15
Il mercato: richiami di venditrici, «Berendjenas! Guevos! Poyo! Sevoya!» Musichette giungono dal fondo della piazza, si insinuano curiose tra le bancarelle, fanno da bordone ai rumori di mille mestieri, stappare di contenitori, cigolii di arnesi di legno.
Vm
Pd
Le mura di Costantinopoli – 1:47
Costantinopoli, dicembre 1569. Entriamo dal mare, la giornata è fredda e turbinosa. Il ritmo è quello di un avvicinamento, come un «Bydlo» di Mussorgsky dall’incedere estenuato. Puzzo di morte, escrementi, urina: il nostro arrivo è salutato come si conviene. L’ultima notte di sonno risale a chissà quando.
Vm
Pd
I tre venti che flagellano Costantinopoli – 2:42
I venti che sferzano Istanbul, agguato di tre flagellatori. Sentiamo gli schiocchi dei loro scudisci e, per la prima volta, quelle che udiamo sono parole, passiamo in rassegna interi mondi: italiani a crocchi, veneti e genovesi, olandesi rubizzi, francesi, moscoviti foderati di pelliccia…
Vm
Pd
Altai – 2:34
Altai. La title-track raduna tutti i significati del nome: la catena degli Altai, i «monti d’oro». I popoli altaici e le loro lingue. Il luogo di origine del falco altaicus. Siamo sospesi in volo, a testa in giù e circondati d’azzurro, nell’istante di stallo che precede la picchiata. Le voci giungono da sotto, dalla pelle del pianeta, e il rumore del mondo è soltanto un brusìo… Poi inizia la picchiata.
Vm
Pd
Arrivo a Famagosta – 1:43
Pezzi di Famagosta ci vengono incontro. L’arrivo in una città agonizzante, spezzata da un anno di assedio, è accolto da rottami, assi annerite, botti sfondate. Una veste femminile galleggia sulle onde, insieme a uno stendardo sfilacciato e crivellato di colpi.
Vm
Pd
Il bombardiere di Famagosta – 1:27
Una scena vastissima, immane. I cannoni battono la città, incessanti, simili a giganteschi fabbri ferrai, nudi e sudati, come sulla moneta da cinquanta lire. Un mare di bandiere garrisce nel vento e la musica di guerra suona, monotona e stridente.
Vm
Pd
La battaglia di Lepanto (Schieramento delle navi) – 2:49
Lepanto, o meglio: Isole Echinadi. Suona il bouzouki dell’Ade, le flotte sono ancora lontane ma la tragedia è imminente. Vedi? Laggiù ci sono tutti i migliori capitani. C’è Ucciali, il calabrese. C’è Caracoggia, c’è il comandante Scirocco. C’è il figlio del Muezzin, il coraggio non gli manca di certo. E ci sarà anche Mimi Reis, all’anima di chi v’ha mmuerte.
Vm
Pd
La battaglia di Lepanto (Galleggiare di vivi, di morti e di detriti) – 1:54
L’ultima traccia è post-orgasmica: sul mare di sborra di guerra si macerano, frolli, i resti dello scontro. Et stetit mare a fervore suo, sazio del sacrificio di migliaia. Ottobre 1571.

Francesco Cusa, da molti anni nostro complice di scorribande e agguati sonori.
In diversi dialetti dell’Italia settentrionale «al tai» significa «il taglio». Taglio netto (illusorio, vagheggiato, vaneggiato) col passato, con la madre, con le radici, e poi nell’altra direzione: con l’occidente, con l’Europa. Questa musica riproduce il «taglio», lo rappresenta acusticamente. È una musica di cesura, coupure, contrasto netto, la voce è una lama che opera tagli in più direzioni, fende i suoni da est e da ovest. La voce è il conflitto. La voce è un’impotenza che cerca un impossibile, un punto fermo su cui insistere. Ma non lo trova. L’urlo della pelle di Manuel è tutto in queste tracce. E non c’è consolazione. Cusa, Mattiuzzi e Iriondo non portano pace: portano una spada.
E un bouzouki.

Scarica l’album Altai di Skinshout e Xabier Iriondo (Improvvisatore Involontario, 2010). Cartella zippata con tracce in formato mp3, 320k.
Recensione di Altai apparsa su All About Jazz, 7 luglio 2011:

Gli Skinshout in concerto a Cracovia nel 2013.
Le dieci tracce che ascolterete dimostrano ancora una volta – se ce ne fosse stata la necessità – come la comunicazione orale (o più in generale la phonè) possieda una potenza narrativa che supera di gran lunga quella della parola scritta. Altai è un romanzo storico di Wu Ming ambientato a Venezia, Costantinopoli, Cipro e altri luoghi sparsi nel XVI secolo e risulta molto di più che una semplice ispirazione. Dopo Caribbean Songs il duo acquista per l’occasione la presenza di Xabier Iriondo. Fuga da Venezia parte con un drone prolungato che descrive la tensione sonora di un uomo che scappa, nell’angoscia di essere catturato, tra le fosche nebbie del Po. La voce di Gaia Mattiuzzi canta semplicemente il successo apparente di una fuga. È infatti uno strumento aggiunto all’interno della narrazione acustica, proprio come la batteria di Francesco Cusa racconta passi, incedere e battito cardiaco. Per Xabier Iriondo sembra più facile utilizzare strumenti sconosciuti, autoconcepiti e autocostruiti come il taisho koto e il mahai metak, per immergere lo spettatore (non più oramai semplice ascoltatore, ma vero e proprio spettatore audiovisivo) nelle vicende del romanzo. A questo punto il nostro tentativo di descrivere, raccontare la musica patisce già un notevole ritardo rispetto allo svolgersi degli eventi sonori. I tre venti che flagellano Costantinopoli è il primo brano in cui la cantante recita in una lingua vera, l’italiano, con importante capacità vocale, intesa a farci vedere le strade di Costantinopoli, la gente di tutte le razze, mentre Iriondo e Cusa suonano gli spostamenti d’aria e i venti. Xabier Iriondo suona spesso sporcando l’aria, sporcando il bianco dello sfondo acustico, Francesco Cusa è più attento al corporeo, alla materialità degli uomini, degli animali, delle strutture sceniche (La battaglia di Lepanto). Nella storiografia, cosa c’è di più importante e sostanziale della capacità del narratore, del messaggero, di convincere i suoi ascoltatori della veridicità degli accadimenti? Ma questi accadimenti, sono poi davvero successi?
Un’altra interessante recensione, a tratti costernata, → uscì su Jazzitalia a firma di Gianni Montano.