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Francesco Cusa - Official Website - Recensione di FC & THE ASSASSINS "Black Poker" a cura di Nazim Comunale per "SentireAscoltare".

Recensione di FC & THE ASSASSINS "Black Poker" a cura di Nazim Comunale per "SentireAscoltare". - il:2019-03-13

Francesco Cusa & The Assassins Meets Duccio Bertini – Black Poker

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Un incipit sghembo, sorvegliato, enigmatico, con gli archi ad attraversare un groove sottile e lievissimo: siamo dalle parti del Claudia Quintet con Spades/Picche, la prima traccia di Black Poker, il nuovo lavoro sulla lusitana Clean Feed del prolifico batterista/compositore catanese Francesco Cusa, già animatore dell’etichetta Improvvisatore Involontario. Gli assassini (di un certo modo paludato e patinato di intendere, ascoltare e suonare jazz) sono in questo frangente (la formazione oggi ha mutato assetto e presto avremo modo di sentire quanto ha prodotto in un doppio CD intitolato Giano Bifronte) Giulio Stermieri (hammond e piano), Flavio Zanuttini (tromba ed elettronica, abbiamo apprezzato il suo disco in solo, acustico e scabro, La Notte, ed è uscito da poco anche un suo nuovo lavoro in trio, Born Baby Born, sempre su Clean Feed) e Giovanni Benvenuti al sax tenore.
Il leader siede dietro i tamburi ed è autore di sei delle otto composizioni: le restanti due sono firmate da Duccio Bertini, che ha anche arrangiato le parti di archi suonate dal Florence Art Quartet. Niente basso, ma il ritmo non ne risente, anzi. Una poliritmia seducente anima questa traccia a cui gli archi aggiungono un quid di benvenuta larghezza sinfonica: peccato per il break più rockeggiante poco prima dei due minuti che lascia un po’ il tempo che trova, ma fortunatamente subito dopo si apre un’ampia parentesi per quartetto, tromba ed elettronica capace di descrivere panorami: una elegia alla Shostakovic che sfocia in un mare free, dove le onde salgono sempre più, mentre anche in cielo viene convocata tempesta; a seguire, uno squarcio di luce inattesa, e, improvvisa, la pace: un singhiozzo di pianoforte prima minaccioso ed infine sospeso, poi di nuovo gli archi a delineare profili novecenteschi in questo paesaggio mobile e mutevole. The Act of Killing Music alza il sipario con lente movenze di archi come nuvole scure che manterranno la pioggia che promettono (Penderecki?); inatteso, parte un groove di hammond e batteria che suona quasi come un soul di protesta del periodo Say it loud, i’m black and i’m proud: potrebbe essere una base perfetta per un talking di Gil Scott Heron e invece viene trafitto da parte a parte da partiture d’archi incisive ed ariose; da 3’50’’ in avanti una bassline di pianoforte in puro stile Lounge Lizards: appostamenti, inseguimenti, sigarette, la bocca impastata di sonno mancato, Travis Brickle, taxi driver, manie, fobie, follie a chiudere questo gran pezzo in una gloria di fanfara psicotica e lontana. Clubs/Fiori è inizialmente misteriosa e ossessiva, nello sviluppo si fa felina e cinematografica (in questo caso l’accostamento tra il quartetto jazz e gli archi convince meno, almeno nella prima parte): nello sviluppo la tromba di Zanuttini annuncia una sarabanda free che vede protagonista Stermieri al pianoforte, ispirato e libero nel vagare senza meta tra nevrosi ed ipnosi, mentre Cusa aggiunge virgole a un discorso che apre parentesi senza chiuderne una. Bene.
Il clima pare meno torrido e spigoloso con l’orchestrazione classica di Dr.Akagi (The Queen) ma la bonaccia dura solo il tempo dell’esposizione del tema, poi si torna in mare aperto tra schiaffi di vento, mareggiate, manovre di emergenza, un perfetto caos ordito senza dare mai l’impressione di perdere la rotta, una confusione assolutamente musicale e con una ottima capacità di calibrare le dinamiche. All’esplosione segue dunque di nuovo l’ordine con la ripresa di un drive mingusiano. Interludio (scritto da Duccio Bertini) è tale a tutti gli effetti, un momento di requie è benvenuto e necessario, anche se pure qui il mood si fa presto più energico e vibrante, quasi drammatico, con solamente gli archi a suonare languidi, sobri, hitchcockiani (o, per meglio dire, hermanniani). Diamons/Quadri apre come una risposta meno frenetica ai saliscendi mozzafiato di Tim Berne, però appare meno coinvolgente nello sviluppo sino a quando finalmente non resta da solo un pianoforte dimesso che avanza nella nebbia, a cui tromba ed elettronica aggiungono ombre e fantasmi. Kirtikimukha (Hearts/Cuori) nuovamente indugia su schemi matematici con un afflato quasi hardcore, senza essere però particolarmente incisiva o tagliagole come sarebbe necessario in questi casi, poi lascia campo aperto al tenore e agli archi fino a che nuovamente il magma non si organizza attorno a una figura ritmica minimale ed ossessiva, attorno alla quale fioriscono fragori e dissonanze, per i ritornare infine da capo. Il numero finale è di nuovo a firma di Duccio Bertini e ancora sono solo gli archi: Elegia, dolente e sobria nel sorvegliare la furia degli elementi come nel celeberrimo quadro Il Viandante sul mare di nebbia di Capsar David Friedrich.
Un bel disco, denso di spunti interessanti, suonato da ottimi musicisti (Zanuttini e Stermieri brillano), dimostrazione di una mente aperta, libera e curiosa e di un talento multiforme, sebbene in alcuni frangenti l’ispirazione sia discontinua. Come lo stesso Cusa scrive nel CD, «Ho voluto miscelare la natura ambivalente di alcune mie vecchie composizioni con le nuove partiture, sempre in bilico tra azzardo e parsimonia. Meglio avere per amico un baro che un ragioniere»: su questo non potremmo essere più d’accordo, ma visto che parliamo di gioco e di invenzione, cosa accadrebbe se un giorno la Regina di fiori uscisse dalle carte e distruggesse tutte queste ipotesi? Saremmo curiosi di ascoltarlo.