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Francesco Cusa - Official Website - MANSARDA PER "JAZZITALIA"

MANSARDA PER "JAZZITALIA" - il:2012-07-16

Improvvisatore Involontario (2011)

Part I
1) Red dress
2) The old man
3) Per gole, sì
4) Surdu Mihai
5) Swinw-ghetto
6) Vorticoso twist
7) Turbolento
8) Il Dio del latin

Part II
- Palingenesi di una forma canzone
- Interno maceratese
- Wall(Y) a San Giorgio a Cremano
- Tony Blair witch project
- Sineddochi di bop
- Tu mi tiri coriandoli d'asfalto onde celebrare la tua Viareggio stanca
- Illuminoteca per spazi e uffici (Spot)
- Le ultime lettere di Alberto Fortis
- Il caffè di Maometto
- Henry goes to Hollywood
- V come Veronica

Giacomo Ancillotto - guitar, live electronics
Francesco Cusa - drums, percussions
Henry Cook - alto sax, flute, baritone sax
Marta Raviglia - voice, live electronics
Roberto Raciti - double bass


Assemblare, mescolare, miscelare musiche di diversa provenienza, colta e popolare, per costruire un'improvvisazione tanto libera quanto ricca di riferimenti e di sorprendenti liason, di imprevedibili commistioni, di stupefacenti trovate. Sembra questo l'obiettivo di questa "Mansarda", quintetto del collettivo "Improvvisatore involontario", costituito da musicisti di esperienze contigue o dissimili, ma uniti nella creazione più o meno istantanea e nella "ricreazione", nel divertimento intellettuale, anche attraverso la rilettura di repertori "seri" o di altri volutamente e "solitamente idioti".
Protagonista assoluta è Marta Raviglia che passa dalla declamazione impersonale di notizie di efferati episodi, ripresi pari pari dalla cronaca nera ad uno scat jazzistico ricco di swing. Da un canto attentissimo alle dinamiche, ai sottintesi, va a finire in un urlo strozzato, in un respiro soffocato, per riemergere e continuare a guidare il gruppo con una voce capace di esprimere ironia, sarcasmo, non sense o banalità assortite, elevate, rese dotte, dalla pronuncia straniante, dalla modulazione particolare dei toni, dagli aspetti "avanguardistici" a tutti gli effetti del suo stile.
Contribuisce efficacemente alla realizzazione del progetto Henry Cook con il suono del suo flauto abbastanza ortodosso nei confronti dei sassofoni spinti su territori più accidentati e spinosi, fra rimandi al linguaggio di un Anthony Braxton in versione "olandese" (nel senso di componente dell'ICP orchestra) con l'alto, all' iterazione incalzante e al solismo potente e a volte sopra le righe dello strumento più ingombrante, in tutti i sensi, il baritono.

Giacomo Ancillotto, fra l'altro nuovo acquisto del quintetto di Enrico Rava per il suo ultimo lavoro "Tribe", qui lavora in scioltezza con una grande duttilità, passando da fraseggi delicati e riflessivi a sonorità più dure, aspre e poco consolatorie. Roberto Raciti fornisce un accompagnamento preciso con il suo basso, captando al volo i continui cambi di clima, riuscendo a compiere agili sterzate fra i vari mondi musicali sfiorati o esplorati, senza perdere mai la bussola. Francesco Cusa dimostra di divertirsi molto in un ambito lontano dal radicalismo di certe sue precedenti esperienze. Il batterista si disimpegna agevolmente nelle varie situazioni arricchendo di ritmo e colori i vari brani, senza sovrastare l'insieme, da gregario più che da leader.

Il cd è stato inciso in due successive sessioni e consta di diciannove tracce, ognuna con una sua fisionomia, una sua personalità. Come non rimanere conquistati, ad esempio, da "Per gole sì": il testo sembra ripreso da un libretto d'opera di Metastasio. La musica ondeggia fra echi funky, blues e zone jazzistiche più avanzate con la voce della Raviglia sfacciata e scostante a ripetere frasi prive di qualsiasi qualità poetica, inequivocabilmente datate e trasferite nel post-post-moderno. Che viaggio artistico audace e intrigante!

E' decisamente sorprendente, poi, "Vorticoso twist" per il contrasto fra le parole di comune banalità, tipiche delle canzoni "leggere" sanremesi degli anni sessanta, con il canto impertinente, flessuoso, disarticolato e i cambi di tempo e di atmosfera "sottostanti" provocati dalla band. Ogni pezzo, ad ogni modo, non si conclude mai per come è iniziato. Succede sempre qualcosa nel prosieguo, poiché le idee sono tante e non c'è la voglia di soffermarsi su alcuna. L'intenzione è quella di alternare gli stimoli, le intuizioni, di accumulare elementi per comporre un mosaico impossibile, dove i tasselli non vanno mai a posto, perché tratti da scatole di puzzle diversi. E il gusto è proprio quello di forzare la mano per incastrare tessere che non collimeranno, non potranno formare un disegno precostituito, malgrado i tentativi ripetuti.

Non è riposante, ma è corroborante visitare questa "Mansarda". D'accordo, questo tipo di esperienza è debitrice dall'operazione camaleontica e disorganica, ma onnicomprensiva di John Zorn. Qui, però, l'azione non è predefinita. Si segue un percorso suggerito di volta in volta da qualcuno dei componenti il gruppo e lo si sviluppa sul momento con la partecipazione attiva di tutti. Per questo "Mansarda" è un progetto che va ascoltato e seguito con attenzione, lasciandosi anche andare nella lettura dei titoli assolutamente improbabili, fra i quali segnaliamo almeno "Le ultime lettere di Alberto Fortis" e "Tony Blair witch project".

E affascina, ancora, la musica sgangherata, involuta o raffinata, ballabile, melodica o antimelodica, free sempre (in tutti i significati del termine) che si avvicenda in sessantasette minuti da godere senza sovrastrutture di sorta. "Danzando nella mente", come suggeriscono, con un "sentimento sentimentale" i versi o i "versacci" (in senso positivo) di Marta Raviglia.

Gianni Montano per Jazzitalia