SPECIAL PRICE STORE
Francesco Cusa - Official Website - 5) WET CATS: Francesco CUSA, batteria Gianni LENOCI, pianoforte

5) WET CATS: Francesco CUSA, batteria Gianni LENOCI, pianoforte

https://www.youtube.com/watch?v=kzNhPwgcn64&t=102s
WET CATS

Francesco CUSA, batteria
Gianni LENOCI, pianoforte

note sulla musica:
“In un certo senso questa è musica libera. Non perché contiene molta energia propria del Free Jazz (tutt’altro), o perché il romantico abbandono prevale, ma perché è dischiuso un mondo di possibilità illimitate, dove la fantastica reverie e il colore religioso dell’inno convivono con la potenza del rock e la profonda enfasi del bues, l’abbellimento in filigrana e le delicata ramificazioni, la semplicità naive e la naturale modestia. (Werner Wittersheim)

esigenze tecniche:
pianoforte acustico
set di batteria jazz
amplificazione adeguata all’ambiente con 2 monitor da palco

Dal gesto al segno tracciato su una pietra, dalla scrittura sacra alla materia di colore o marmo, dal papiro al foglio tratto dal tronco dell’albero, dalla vibrazione di un pensiero alla raffinata interpretazione dei rimandi e della dimensione di significatività che rende possibile lo sguardo sulla totalità di ciò che è, il segno ri-flette la struttura che connette, la Forma che regge dinamicamente il Tutto nei suoi dettagli, dove invero essa si cela. Come il guscio della lumaca e la galassia hanno in comune la spirale, i segni hanno in comune il tratto di una significatività che raccoglie nel dettaglio l’immagine del Tutto. L’opera-mondo è poiésis, ma perché emerge dalla Forma, ne è emanata, partorita, combinata e gettata lì nell’orizzonte dove siamo noi ad agire e credere, amare e odiare, godere e patire; e nella dimensione dell’Arte, in noi si attua la flessione del segno che è sintesi di un logos di azione produttiva che coglie un tratto del Tutto e lo restituisce al Tutto mediante i suoi stessi segni.
Non siamo noi che allestiamo un Theatrum orbis da cui guardiamo chi e cosa siamo, ma sono i segni che si mostrano, che appaiono, tra nascita e morte.
WET CATS, come opera-mondo obbedisce alla legge di una scrittura che flettendo l’apparire dei segni li restituisce in un paesaggio sonoro espressionisticamente aperto che mostra, indica, ma intransitivamente. Non rappresenta, non rimanda, semplicemente c’è. Ma c’è come esso stesso spæculum, theatrum, insomma mappa e diorama di se stesso.
Poi siamo noi a bruciarvi dentro e leggervi i segreti. Estetica, dunque, come esperienza di un essere-in-atto simbiotico inevitabile tra io empirico e opera d’arte. Questo però, benché segni e scrittura ci attraversino con selvatica costanza, non accade con tutte le opere d’arte, ma quelle opere-mondo che sperimentiamo e ci restituiscono a dimensioni spirituali e carnali, a visioni estatiche di confluenze in cui noi stessi e la cosa-arte siamo identici.
Quando teniamo in mano un libro di de Sade, I Canti di Maldoror, oppure Proust, l’Ulysses, la Baghavadgita non abbiamo a che fare semplicemente con libri. Ma con noi stessi e le tracce della struttura che connette il Tutto. Pericolo di caotizzazione dei nostri rassicuranti giardini privati, della nostra volontà di emendare il sublime che brama di restituirci ciò che eravamo fuori dal nostro mondo: dèi.
La musica di Wet Cats scorre e articola se stessa, le sue sequenze aprono a dimensioni in cui, come accade con Also Sprach Zarathustra di e non più di Nietzsche, tutto il dicibile è impronunciabile. Poema filosofico questo, crudele Ethica more monstruo demonstrata, dove monstruum sta per prodigio, teratologia co(s)mica essendone la resultante inevitabile; esplosione e contemplazione di teratologie sonore che scompaginano il dicibile musicale Wet Cats che, come il poema di Nietzsche pone l’io empirico su una graticola infuocata che bruciandolo lo costringe a scoprire cos’è.
E in questo viaggio che Wet Cats compie, c’è il cammino di Zarathustra, come le esplorazioni di opere-mondo che amano il pericolo della verità. Infatti Wet Cats, come lo Zarathustra è un affresco di rivelazioni estatiche, un canto che canta se stesso, come l’essere, come la totalità dell’essente canta e danza la sua in-coscienza. Si può ancora dunque dire dell’indicibile che pure si dice?
C’è la Gioia di essersi lasciati cuocere dal Roveto Ardente e aver visto il proprio daimon ridere di noi.

Giuseppe Carbone